(Adnkronos) – Ha grande fiducia nella propria superiorità, desidera sempre stare al centro dell'attenzione ed è talmente preso dal suo ego ingombrante e dal bisogno di successo da perdere di vista gli altri e i loro sentimenti. E' l'identikit del narcisista, personalità difficile con cui avere a che fare. C'è chi presenta alcuni o tutti i tratti di questo profilo e alcuni li manifestano in modo notevolmente più accentuato rispetto ad altri. In ogni caso c'è un filo conduttore comune: sentirsi 'eletti' e avere una condotta poco incline all'empatia. Ma cos'hanno nel cervello gli eredi di Narciso, il giovane e bellissimo protagonista del mito greco che, vedendosi riflesso in uno specchio d'acqua, s'innamora perdutamente della sua stessa immagine e finisce consumato da questo sentimento impossibile? Un team di scienziati ha provato a rispondere a questa domanda, scoprendo alcuni indizi importanti per comprendere le basi neurali del cosiddetto 'narcisismo grandioso', finora raramente studiate in contesti sociali complessi. I risultati sono illustrati in uno studio pubblicato sulla rivista 'Cerebral Cortex'. A firmare il lavoro sono ricercatori di neuroscienze della finlandese Aalto University. Interessati alla relazione tra empatia e narcisismo grandioso, gli esperti hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per studiare come i tratti narcisistici influenzino l'attivazione cerebrale in una situazione che rispecchia la vita quotidiana. Quello che è emerso è che i cervelli dei narcisisti erano meno sincronizzati l'uno con l'altro nei momenti in cui le persone solitamente provano un senso di imbarazzo condiviso. "Le persone con un elevato numero di tratti narcisistici reagiscono all'esperienza di vulnerabilità di un'altra persona in modo diverso rispetto agli altri – spiega Matias Piispanen, doctoral researcher dell'ateneo – Possono sintonizzarsi sull'interazione in modo diverso, prestare attenzione ad aspetti diversi o dare interpretazioni diverse di ciò che sta accadendo". Al contrario, nelle aree cerebrali associate all'empatia l'attivazione dei soggetti meno narcisisti era relativamente simile tra i partecipanti, il che implica un'esperienza più condivisa anche a livello neurale. Le differenze sono emerse nelle aree associate all'interpretazione delle situazioni sociali e all'empatia cognitiva. "Le persone con un alto livello di tratti narcisistici potrebbero non essere in grado di costruire legami autentici e di supporto con gli altri, il che può portare a difficoltà e incomprensioni nelle interazioni", continua Piispanen. Lo studio è iniziato con un sondaggio online per la misurazione dei tratti di personalità narcisistica, a cui hanno partecipato quasi mille persone. Da questo gruppo, gli individui con molti tratti narcisistici sono stati invitati a sottoporsi a risonanza magnetica funzionale, mentre un gruppo di controllo era costituito da coloro che presentavano pochi tratti narcisistici. Il set di dati finale comprendeva 58 partecipanti e i ricercatori si sono concentrati su quanto l'attivazione cerebrale sia simile o dissimile tra loro in uno scenario realistico in cui un'altra persona si trovava ad affrontare una minaccia sociale. Secondo le teorie del sociologo Erving Goffman degli anni '50, le persone cercano di presentare una certa immagine di sé nelle interazioni sociali. Proteggere questa immagine dal rischio di essere compromessa è comunemente chiamato 'salvare la faccia'. Questa immagine di sé è vulnerabile perché gli altri possono accettarla o rifiutarla, provocando ansia o imbarazzo non solo nella persona nel mirino, ma anche in coloro che osservano la situazione. Goffman sosteneva che i partecipanti all'interazione in genere cercano insieme di proteggere sia la propria faccia che quella degli altri. Nello studio, durante la scansione cerebrale i partecipanti hanno guardato dei video in cui un'altra persona (un attore professionista) raccontava storie personali e riceveva un feedback su di esse. Le storie riguardavano situazioni dell'infanzia e dell'età adulta in cui il narratore era stato escluso o ammirato. Dopo le testimonianze, il narratore riceveva un feedback da un'altra persona che minacciava la sua reputazione. Ad esempio, il feedback poteva mettere in dubbio se l'ammirazione ricevuta dal narratore fosse meritata, o suggerire che l'esclusione fosse stata colpa del narratore stesso. Lo studio, concludono gli autori, suggerisce che la capacità di impegnarsi nell'operazione di 'salvare la faccia' può variare tra individui con molti tratti narcisistici e individui con pochi tratti narcisistici. Le persone con tratti più narcisistici presentano schemi di attivazione cerebrale meno coerenti in scenari realistici che implicano la perdita di reputazione da parte di un'altra persona: un risultato che potrebbe contribuire a spiegare le difficoltà nelle loro interazioni sociali. In passato, l'empatia era stata studiata prevalentemente utilizzando stimoli specifici e controllati (come le espressioni facciali emotive) piuttosto che situazioni più complesse che coinvolgevano persone che raccontavano storie o che davano o ricevevano feedback. "Uno scenario realistico è molto più complesso e richiede maggiore interpretazione e valutazione della situazione – spiega Piispanen – Inoltre, ai partecipanti non è stato specificamente chiesto di immedesimarsi nell'esperienza del narratore. Questo ci ha permesso di osservare come hanno spontaneamente seguito ed elaborato una situazione sociale complessa man mano che si svolgeva". Oltre alla Aalto University, il progetto 'I volti del narcisismo' ha coinvolto ricercatori delle università di Helsinki, Turku, Tampere e Oulu, tra le altre.
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