di Pardo Di Paolo*
Simm Briganti facimm paura ma… a chi? La borghesia meridionale si ritrovò padrona di milioni di ettari di terreno che concedeva in affitto ai contadini senza terra a canoni usurai, senza nulla investire su quei terreni per migliorarne la resa produttiva e la resa economica. Ma questo modo di fare impresa fu la sua rovina, perché quando, dopo il 1870, iniziò l’emigrazione verso le Americhe, non trovarono più chi prendeva in affitto i terreni e molti restarono incolti e la miseria cominciò a serpeggiare anche tra i borghesi. Da qui nasce la Questione Meridionale, dai mancati investimenti agricoli da parte della borghesia meridionale. Nel settentrione invece… la legge 1766 del 16 giugno 1927 sugli usi civici
Simm Briganti facimm paura ma… a chi? A nessuno. Non ai contadini piccoli, affittuari dei “Paglietti” o dei feudatari, classe questa da cui proveniva la gran parte dei briganti e che ne copriva le operazioni e, quando poteva, li riforniva di alimenti, nella speranza che i briganti vendicassero i torti subiti dai feudatari ed usurpatori di terre pubbliche. Ma soprattutto i contadini speravano che l’azione dei briganti costringesse il potere centrale a ripartire le terre pubbliche, usi civici-demaniali– ed anche feudali, tra i contadini senza terra, anche con contratti di enfiteusi, purché essi avessero la certezza del possesso e quindi essere certi che, se avessero apportato migliorie, dei frutti di queste ne avrebbero goduto le loro famiglie.
Simm Briganti facimm paura: Galanti, Longano e i grandi
Era un poco l’auspicio che proponevano gli illuministi napoletani, discepoli di Antonio Genovese, che già dall’ultimo quarto del 1700 ritenevano che la terra dovesse appartenere a chi la lavorava se si aveva a cuore il benessere della società tutta. Illuministi come Giuseppe Maria Galanti, di Santa Croce del Sannio e Francesco Longano di Ripalimosani, quindi molisani, essendo conoscitori profondi delle condizioni economiche (F. Longano, Viaggio per lo contado del Molise, e, G.M. Galanti, Descrizione dello Stato antico ed attuale del contado di Molise) del Regno di Napoli, entrambi avanzavano la proposta di dare a censo le terre pubbliche ai contadini poveri.
Utopia socialista?
Anticipando così di più di due secoli la parola d’ordine di Lenin: La terra a chi la lavora. Se la terra si fosse data ai braccianti ed ai contadini senza terra, oltre ad eliminare la miseria in cui vivevano queste fasce sociali, si sarebbe aumentata la quantità delle esportazioni soprattutto olio di oliva, di vino, mandorle ed agrumi. La coltivazione di queste specie arboree si sarebbe estesa gradualmente, un poco all’anno secondo la forza lavoro delle famiglie contadine, costituendo, il lavoro a mano, la sola risorsa impiegata per impiantare arboreti e vigneti.
Enfiteusi
Senza ricorrere a prestiti bancari, troppo costosi, gli enfiteuti con il loro lavoro avrebbero fatto lo scasso dei terreni, avrebbero procurato il materiale di propagazione delle diverse specie arboree ed avrebbero assistito gli impianti fino alla loro definitiva affermazione. Praticamente si sarebbe cambiato il volto del paesaggio, che, a detta di Galanti, di Longano e di Cuoco stesso, era caratterizzato da terreni disboscati, preda delle meteore, quindi erosi dalle piogge e, in molti e vasti casi, franamenti verso valle.
Questi contadini senza terra, per meglio accudire le loro piantagioni avrebbero costruito ricoveri per loro e per i loro animali da lavoro, avrebbero introdotto nuove foraggiere quali Sulla, Lupinella, leguminose miglioratrici della fertilità dei suoli agricoli e favorenti l’introduzione degli animali da reddito, aumentando così la disponibilità di letame per concimare i terreni, per cui anche le produzioni di cereali, grano, avena, mais, sarebbero aumentate.
Simm Briganti facimm paura, ma non fu così
Ma tutto questo non avvenne per la voracità dei feudatari e della nascente borghesia impiegatizia e delle arti liberali, la quale essendo l’amministratrice della cosa pubblica, Comuni , Monti frumentari, Opere Pie, si andava specializzando, in concorrenza con i feudatari, nelle usurpazioni e nella appropriazione illegale dei redditi e delle proprietà pubbliche relegando così la terra al ruolo che individuò Francesco Jovine: “Nell’Italia meridionale i rapporti ed i conflitti sociali hanno sempre avuto come termine fisso la terra. E bisognerebbe che gli storici tenessero più conto, di quanto finora non abbiano fatto, di detto elemento fondamentale di valutazione nella narrazione degli avvenimenti.”
Terra da affittare a canoni usurai
Il processo di miglioramento e di intensificazione della resa economica della terra, alla portata dei contadini senza terra, fu impedito dai feudatari e dai borghesi, i quali volevano il possesso della terra solo per affittarla a canoni usurai ai contadini. L’opposizione dei feudatari e della borghesia fu riscontrata anche da Garibaldi, il quale per avere tra i suoi combattenti il popolo meridionale, il 2 giugno del 1860 emanò un decreto nel quale si stabiliva di dividere in quote i terreni demaniali dei comuni tra i senza terra dei comuni stessi. Si badi bene, i terreni demaniali non quelli di uso civico o i terreni feudali, proprio per non urtare i Baroni ed i borghesi. Non volevano migliorarla, e quindi aumentarne il rendimento, perché non avevano le risorse finanziarie necessarie.
Questo catastrofico processo cominciò con il decennio francese nel Regno di Napoli e, all’atto della conquista savoiarda, i borghesi meridionali erano già molto esperti dei metodi e dei cavilli legali a cui ricorrere per poter usurpare beni pubblici. Questa esperienza li faceva ritenere talmente sicuri dell’esito dei loro traffici da non considerare il brigantaggio come un pericolo, perché i briganti non potevano competere con loro nei tribunali, anche in considerazione dei tempi lunghi delle cause in corso. Le minacce dei briganti si annullavano sul muro di gomma del dominio politico della giovane ed affamata borghesia meridionale, i cui appartenenti, a turno, ricoprivano le cariche di amministratori, quanto del comune quanto delle Opere pie e quanto nei Monti frumentari, prosciugandone i relativi patrimoni.
I briganti non facevano paura ai borghesi
La turnazione degli amministratori era dovuta alla nomina prefettizia delle cariche e dagli accordi privati del ristretto numero dei candidabili. I briganti non incutevano paura nei borghesi meridionali nemmeno con gli sporadici, e non sistemici, sequestri di persona e danneggiamenti vari alle masserie dei borghesi, per averne riscatto. Perché i borghesi erano autorizzati dalle prefetture a costituire compagnie di Guardia Nazionale, armate dalle prefetture stesse e da queste organizzate per il mantenimento dell’ordine pubblico e nell’affiancare l’esercito piemontese nella normalizzazione del Mezzogiorno, con stragi, saccheggi ed incendi di comuni meridionali.
La conquista piemontese come accordo tra Regno di Sardegna, Nord Italia e Inghilterra
La conquista piemontese del Regno delle due Sicilie fu il risultato di accordi tra il Regno di Sardegna, gli affamati del Nord Italia che ancora non potevano emigrare in America, autodefinitisi camicie rosse, l’Inghilterra, direttamente o indirettamente tramite la massoneria e la borghesia meridionale dal cui seno erano usciti gli ufficiali dell’esercito borbonico. Tutte queste figure sociali, data la loro numerosità e potenza di organizzazione militare, capirono subito che il brigantaggio non poteva far paura perché mancava di una direzione strategica, capace di elaborare una strategia ed una tattica di lotte e la relativa organizzazione logistica.
La causa della sconfitta del brigantaggio
Questa fu la causa della sconfitta del brigantaggio. Questa circostanza è messa in evidenza da Franco Molfese nella sua “Storia del brigantaggio dopo l’unità”. La borghesia meridionale non aveva paura perché sapeva che i briganti non avevano dalla loro parte nessun intellettuale. E sapeva pure, la borghesia, che la stragrande maggioranza degli ufficiali dell’esercito borbonico era di estrazione borghese, i cui parenti possedevano terreni usurpati. Infatti nei momenti decisivi dello scontro militare con i piemontesi l’esercito borbonico si disgregò, mancando di comando fedele al giuramento prestato alla dinastia borbonica.
La borghesia meridionale si ritrovò padrona di milioni di ettari di terreno
Probabilmente questo comportamento fu anche opera della massoneria inglese, che influenzava quella italiana, la quale aveva come affiliati molti personaggi di primo livello della conquista del Mezzogiorno e tanti borghesi meridionali. E così la borghesia meridionale si ritrovò padrona di milioni di ettari di terreno che concedeva in affitto ai contadini senza terra a canoni usurai, senza nulla investire su quei terreni per migliorarne la resa produttiva e la resa economica. Ma questo modo di fare impresa fu la sua rovina, perché quando, dopo il 1870, iniziò l’emigrazione verso le Americhe, non trovarono più chi prendeva in affitto i terreni e molti restarono incolti e la miseria cominciò a serpeggiare anche tra i borghesi.
Da qui nasce la Questione Meridionale, dai mancati investimenti agricoli da parte della borghesia meridionale.
Nel settentrione invece…
Nel settentrione d’Italia la borghesia di origine commerciale, bancaria o manifatturiera, comprò da Napoleone i terreni italiani che esso conquistò nel corso della campagna d’Italia e subito su di essi investì in case coloniche, stalle, introduzioni di foraggiere irrigue e bestiame selezionato, introdusse nuove piante come il riso, intensificò la bonifica, organizzò la trasformazione e la commercializzazione delle produzioni agricole. Praticamente promosse lo sviluppo economico, introducendo il Capitalismo nelle campagne che comunque produsse l’emigrazione negli stessi decenni.
La legge 1766 del 16 giugno 1927
Ma c’è ancora una differenza tra la borghesia meridionale e quella settentrionale: la borghesia meridionale non era proprietaria dei terreni pubblici usurpati, ne aveva il possesso in forza della usurpazione, ma non poteva rivendicare la proprietà. A questa situazione rimediò il fascismo che, nel 1927, emanò la legge numero 1766 del 16 giugno, che all’articolo 9 prevedeva la legittimazione dei terreni, con semplice domanda, nella quale gli usurpatori, millantando migliorie apportate ai terreni, richiedevano, appunto, la legittimazione.
Il primo Piano Verde dell’Agricoltura
Il fascismo la concedeva perché così coglieva due obiettivi: 1) Il consenso politico al suo operato, da quella parte parassitaria della società e, 2) i terreni in proprietà erano soggetti al pagamento della tassa Fondiaria. La borghesia meridionale tenne la proprietà della terra fino al 1960 quando fu varato il primo Piano Verde per lo sviluppo dell’agricoltura, il quale prevedeva anche l’acquisto della terra da parte dei contadini, mezzadri, affittuari o braccianti. E la borghesia meridionale, ma non solo, si disfece di quella terra per cui si era battuta per più di un secolo. L’evoluzione dello Stato le offriva l’opportunità di burocrazia tecnica, amministrativa, ma soprattutto, politica. E colse a volo l’occasione, memore dei racconti delle vicende amministrative del 1700 e del 1800.
Purtroppo quei metodi sono tornati di moda, anche nel piccolo, ma resistente Molise, dove la classe dirigente nella sua generalità e genericità, sta ricevendo centina e centinaia di milioni di euro per finanziare azioni che nulla prevedano per la creazione di posti di lavoro stabili in modo da fermare l’emorragia demografica o strutturare modernamente la società abbandonando il ruolo di fanalino di coda nelle classifiche nazionali ed europee. Queste centinaia di milioni di euro serviranno a finanziare solo le varie categorie di ceti supportanti il potere. Tanto per dimostrare che il lupo cambia il pelo ma non il vizio
Piani verdi Fanfani e la nuova burocrazia
Quello che ci fa inorridire, data la situazione e le vicende dell’agricoltura italiana e meridionale, è che gli apparati pubblici dello Stato e delle regioni, che hanno coscientemente determinato questa situazione, sono costituiti dai figli e dai nipoti di quei contadini che sono diventati proprietari della terra, con i due Piani Verdi di Fanfani. Provvedimenti legislativi, che prevedevano grosse risorse finanziarie, recepivano e soddisfacevano i desiderata della U.E. prima di tutto e della rampante industria italiana, ma, soprattutto, permetteva alla nuova burocrazia italiana di alimentare le pervasive clientele del potere politico con le risorse destinate all’agricoltura ed all’industria.
E ricordiamo ancora una volta, che grossa parte di questa burocrazia è figlia degli agricoltori; burocrazia che, nel rispetto delle esigenze di carrierismo professionale, non è più attaccata alla terra ed ha verso di questa un atteggiamento di rifiuto fino all’abbandono, sic et sempliciter, salvo il caso di vendita a qualche testardo agricoltore che resiste ancora allo svuotamento del territorio.
*di Pardo Di Paolo (Larino – CB)
NOTA DEL DIRETTORE

Ringraziando per la brillante disamina, corre l’obbligo di ricordare che la legge 1766 del 16 giugno 1927 riguarda il riordinamento degli usi civici nel Regno. Nello specifico, converte in legge il regio decreto 751 del 1924 e apporta modifiche ad altri regi decreti relativi agli usi civici.
La legge 1766/1927 è un provvedimento importante perché disciplina il riordino degli usi civici, ovvero i diritti di godimento collettivo su beni immobili, come pascoli o boschi, che spettano alle popolazioni locali. Questi diritti, di origine antica, sono stati oggetto di regolamentazione nel corso del tempo, e questa legge rappresenta un passaggio significativo nel processo di definizione e tutela di tali diritti.
In sintesi, la legge 1766/1927:
Converte in legge: il regio decreto 751 del 1924 che già si occupava del riordino degli usi civici.
Modifica: altri regi decreti relativi agli usi civici.
Rappresenta un punto di riferimento: per la disciplina degli usi civici in Italia.
Ha contribuito a definire: e tutelare i diritti collettivi di godimento su beni immobili.
È importante notare che la legge 1766/1927, pur essendo stata emanata nel 1927, è ancora in vigore e rilevante per la disciplina degli usi civici. Alcuni articoli, in particolare quelli da 1 a 34 e da 36 a 43, sono considerati indispensabili per la sua applicazione.
Ricordo infine il bellissimo Museo dei Briganti a Roccamandolfi, per una immersione emozionante all’interno di una pagina dolorosa e eppure affascinante, della nostra storia, che il sindaco Giacomo Lombardi ha voluto immortalare.
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