Io sono Leonor Fini prorogata fino al 20 luglio a Palazzo Reale, ha attirato circa 100 mila visitatori. L’allestimento curato da Carlos Martín e Tere Arcq. Murano ne svela il dietro le quinte, un’esperienza immersiva che intreccia tecnica e poesia visiva per restituire al pubblico l’anima ribelle, teatrale e libera dell’artista
“Io sono Leonor Fini” la grande retrospettiva dedicata a Leonor Fini volge al termine: fino al 20 luglio a Palazzo Reale a Milano è possibile scoprire l’universo immaginifico dell’artista. Un percorso immersivo tra visione e identità, reso unico dalla progettazione luminosa di Francesco Murano.
Io sono Leonor Fini : un viaggio visivo nella creatività delle donne surrealiste
L’esposizione,che ha contato finora circa 100 mila visitatori , si inserisce nel solco delle grandi mostre dedicate al Surrealismo e si colloca al centro dell’attenzione per l’arte delle donne, con un percorso che indaga i temi dell’identità, del genere, dell’appartenenza e della libertà creativa. L’esposizione, curata da Carlos Martín e Tere Arcq, con progetto scenografico di Cesare e Carlotta Mari, si distingue anche per l’intervento di Francesco Murano, che ha firmato le luci della mostra.
Illuminare per raccontare: il ruolo della luce nella mostra
Murano ha scelto di utilizzare una tecnica di luce miscelata, basata sull’alternanza controllata di temperature colore fredde (circa 4000K) per gli spazi e gli elementi architettonici e temperature calde (2700K – 3000K) puntate direttamente sulle opere. Questa scelta ha permesso di creare un equilibrio tra l’ambiente e le opere stesse, mantenendo l’atmosfera teatrale e onirica tipica dell’universo di Fini. I corpi illuminanti utilizzati includono proiettori a LED con ottiche intercambiabili e sagomatori, fondamentali per evitare dispersioni luminose e assicurare una modellazione precisa della luce sulle superfici pittoriche senza interferire con i materiali sensibili esposti.
Murano: “La luce deve guidare, non dominare”
“Volevo che lo spettatore si muovesse in uno spazio leggermente rarefatto, in cui la luce non urlasse ma guidasse. La luce fredda sulle pareti e sulle tende amplifica la profondità dello spazio, mentre quella calda sulle opere le rende presenti, quasi fisicamente vicine”, spiega Murano.
L’autoritratto tra luce calda e blu profondo
Un caso emblematico del metodo adottato riguarda l’autoritratto dell’artista. Qui, il contrasto tra soggetto e sfondo è stato enfatizzato non solo dalla luce, ma anche dall’intervento cromatico sulla parete di fondo, trattata con una tinta blu notte profonda e opaca, in grado di assorbire le componenti luminose diffuse. Questo ha permesso di “staccare” percettivamente il dipinto dal contesto, facendo emergere il volto di Fini in modo quasi tridimensionale.
Tende, luce, visione: il design sensoriale della mostra
Un altro intervento particolarmente significativo riguarda le sale attraversate da tende composte da fili neri verticali, che creano un filtro visivo e sensoriale. Qui la luce è stata studiata per penetrare il tessuto senza abbagliare, calibrando angoli di incidenza e intensità per accompagnare gradualmente il visitatore verso le opere, che si rivelano passo dopo passo.
“Illuminare quelle stanze è stato come costruire un percorso iniziatico. La luce diventa parte della narrazione, ma si evidenzia in modo discreto. Il visitatore è guidato ma non forzato: la scoperta è personale, quasi privata”, racconta Murano.
Un progetto coerente con lo spirito dell’artista
L’intero progetto luminoso è stato pensato ispirandosi alle opere di Leonor Fini, un’artista che ha sempre rifiutato categorie e definizioni. Il carattere della luce non è mai meramente strumentale, ma tende a creare una relazione tra l’opera e il pubblico, lasciando spazio all’ambiguità, alla teatralità e alla dimensione introspettiva tipica della produzione artistica di Leonor.
Durante l’allestimento, il confronto con i curatori è stato continuo. Un momento significativo è stato il riconoscimento del risultato ottenuto da Carlos Martín, che ha evidenziato come la luce fosse entrata pienamente in sintonia con la visione curatoriale.
“Leonor Fini – aggiunge Murano – è stata spesso discriminata proprio perché era libera. Ho cercato di restituire, anche con la luce, piena dignità a questa libertà come esempio di una ribellione non urlata, ma rivoluzionaria, personale, sottile e determinata.”
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