Foibe la storia di Dora Čok nella Trieste del 1945 nel Giorno del Ricordo

Foibe la storia di Dora Čok nella Trieste del 1945 nel Giorno del Ricordo

Notizie/Cronaca Storia

Foibe la storia di Dora Čok: un destino atroce segnato non solo dal clima di terrore dell’occupazione jugoslava, ma da un brutale abuso di potere. La vicenda della giovane di Trieste vittima degli abusi dei partigiani jugoslavi

Foibe la storia di Dora Čok riemerge. Erano i primi giorni di maggio del 1945 quando Dora veniva strappata alla propria casa.

Foibe la storia di Dora Čok: memoria di una giovane vittima

Il 3 maggio 1945, all’inizio della terribile occupazione jugoslava della città giuliana, Dora  Čok viene arrestata nella sua abitazione dai partigiani titini Francesco Marušić ed Alberto Gruden (soprannominato Blisk), e tradotta nella caserma di San Giovanni, dove venne successivamente visitata dalla sorella Amalia. La notte del 5 maggio venne prelevata dalla citata caserma dai partigiani Francesco Marušić, Alberto Gruden, Vladislao Ferluga e Danilo Pertot e portata in un bunker vicino alla foiba denominata Pozzo di Gropada.

La colpa, per la quale Dora venne arrestata, era quella di non aver ceduto alle pretese sessuali del citato Danilo Pertot, suo cugino, nonché esponente del Comitato Esecutivo Antifascista Italo-sloveno che comandava in quei giorni a Trieste.

Nel bunker, Dora venne denudata, picchiata e violentata ripetutamente dai quattro partigiani, poi ancora viva, con le braccia legate al corpo con cinghia e filo spinato (particolari, questi, stabiliti dall’autopsia eseguita sul suo cadavere nell’agosto 1946), fu precipitata nel vicino abisso.

Il racconto di Ondina Pečar

Riguardo i fatti, la signora Ondina Pečar racconta che questo tragico evento colpì profondamente molti abitanti, poiché accadde dopo la fine della guerra, in un momento in cui avrebbero dovuto regnare “pace e libertà“:

«In quegli anni, l’ideologia non aveva un posto di rilievo tra la gente, beh, sì, anche prima del fascismo avevamo due società, e la gente era principalmente nazionalista, non si parlava di sinistra e destra, si stava principalmente uniti. La distinzione arrivò più tardi, dopo la guerra. Durante la guerra, alcuni si radicalizzarono, e l’atteggiamento verso la Chiesa e verso chi di noi andava a messa cambiò completamente, anche se il nostro parroco Anton Piščanec era un sopravvissuto al campo di Dachau e membro dell’OF».

L’omicidio della ragazza causò una profonda frattura nel villaggio e tra la gente. Sua madre Milka cercava risposte senza sosta, la gente la evitava, finché uno di quelli che si trovavano lì, Francesco Marušič, anche lui di Longera, le disse dove si trovava. Era la primavera del 1946. Trovarono la grotta, tirarono fuori lei e gli altri corpi che si trovavano lì. La gente del posto, compresa sua sorella, la riconobbe. Marušič fu poi ucciso per quello che aveva detto, da qualche parte vicino a Boste. Fu anche condannato “in contumacia” al processo del 1947.

Il processo a otto partigiani accusati di esecuzioni extragiudiziali si concluse davanti alla giuria di Trieste il 20 giugno 1947. Tra i testimoni non c’era il fratello di Dora, Jožef, morto poco prima, per la precisione il 27 aprile 1947. Anche Albert Gruden fu interrogato, ma Marušič era già scomparso nel maggio di quell’anno. Come si evince dagli stessi documenti dell’UDBA, esaminati da Jernej Vidmar (Mladika, n. 1 e 2-3, 2020), fu ucciso da due compagni nei pressi di Boste. Gli imputati si trovavano già in Jugoslavia quando fu pronunciato il verdetto. Danilo Pertot, Albert Gruden e Francesco Marušič furono condannati a 30 anni di carcere e in seguito amnistiati dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

La famiglia di Dora Čok non ha mai accettato di firmare un’amnistia a favore di Danilo Pertot. I resti di Dora furono inizialmente sepolti nel cimitero di Sant’Anna e in seguito riesumati nella tomba di famiglia a Cattinara.

«Il suo assassinio causò una profonda frattura tra la gente – continua a raccontare la signora Pečar – e, di lì a poco, seguì il “Cominform comunista”, che segnò una svolta per gli sloveni di Trieste. Il vicino villaggio di Sottolongera si italianizzò quasi completamente a causa di ciò: molti sloveni diedero priorità all’ideologia, espulsero i loro figli dalle scuole slovene, iniziarono a sputarci addosso, calunniandoci come informatori. Anche Longera si guadagnò questa reputazione per questo motivo. Non ci furono grandi divisioni a Longera durante la guerra, iniziarono quando si seppe che esistevano liste con i nomi di coloro che si intendeva uccidere. C’erano molti nomi di abitanti del villaggio sulla lista da uccidere, c’erano intere famiglie».

Altre persone con lo stesso nome vennero uccise: Karlo Čok – Skednjav e Blaškov.

«Karlo Skednjav tornò a casa dopo la capitolazione dell’Italia, malato e affetto da malaria, con la febbre alta – prosegue Ondina – e fu costretto ad arruolarsi nei partigiani. Poiché non voleva, una sera fu cacciato via e di lui si persero le tracce. Sua sorella lo cercò a lungo, chiedendo dove fosse sepolto e cosa gli fosse successo. Da un abitante del villaggio pentito, che era un partigiano, apprese molti anni dopo come suo fratello fu assassinato, chi fu il responsabile della sua morte, nonché il dettaglio agghiacciante che una stella gli era stata incisa sulla fronte. Anche Karlo Blaškov scomparve misteriosamente durante la guerra, non sappiamo né perché né come».

Anche la madre di Ondina Pečar era finita sulla lista.

La signora Pečar conclude il racconto: «Questo è ciò che ci confidò un vicino subito dopo la guerra, e in seguito scoprimmo anche perché accadde. Un giorno ce lo raccontò qualcuno che lo aveva sotto la sua ala protettrice. Fu così: durante la guerra, io e mia madre eravamo soli a Longera, mio padre aveva già dovuto arruolarsi nei battaglioni speciali nel 1939. Quando la nonna di mio padre si ammalò gravemente nel 1942, lui era nei battaglioni speciali in Sicilia, dovette essere informato che sua nonna era malata, così da poter chiedere una breve licenza e farle visita a Longera. Così mia madre andò a piedi al comando dei Carabinieri di Basovizza. Quella sera arrestarono anche alcuni sabotatori. Avendo visto mia madre al comando, si convinsero che li avesse traditi. Quando abbiamo scoperto di essere sulla lista delle vittime da uccidere, non siamo riusciti a dormire sonni tranquilli per mesi, anche se nostro padre era già tornato a casa e ci sentivamo di nuovo al sicuro

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Valentina Pisano

Sono Valentina Pisano, 24 anni, laureata in Scienze della Formazione Primaria. Ho intrapreso questo percorso di studi poiché mi piacciono molto i bambini e il loro fantastico mondo fatto di piccole cose. Adoro leggere, per arricchire il mio bagaglio personale e scrivere, per comunicare al meglio con gli altri. Mi piacciono gli animali e la natura. Ho una particolare ossessione per le foto, attraverso gli scatti catturo dettagli o momenti delle giornate. Una delle mie più grandi passioni è ballare, sin da quando ero bambina sono stata amante dello sport. Sono contenta e volenterosa di intraprendere, con impegno, questa nuova esperienza nel servizio civile presso la redazione UMDI.

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