Diavolo di Tufara 2026: il rito della rinascita tra identità e memoria

Diavolo di Tufara 2026: il rito della rinascita tra identità e memoria

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di Luigi Pizzuto

Diavolo di Tufara 2026 incanta il borgo anche quest’anno, con la sua danza sfrenata. Una maschera zoomorfa dalle radici pagane rinnova il Carnevale molisano attraverso una pantomima viva, che racconta il contrasto tra il bene e il male, tra la vita e la morte, con gesti teatrali, danze e rituali che coinvolgono l’intera comunità

Diavolo di Tufara 2026 ritorna: ha un’espressione diabolica e una lunga lingua di fuori. Indossa sette pelli di capra, cucite ad arte, per dare vita ad una pantomima dalle radici ancestrali.

Diavolo di Tufara 2026: il borgo sacro

Tufara, borgo sacro per aver dato i natali nel 1084 all’eremita San Giovanni da Tufara. L’abitato è arroccato su una roccia tufacea intorno al maestoso castello di origine normanna. Si può dire che “Il diavolo” è padrone di questa vivace realtà. Con veemenza riannoda il filo di una vita persa. Questa singolare maschera zoomorfa seduce nella sua magia entusiasmante. La tradizione decisamente è da tutti condivisa. Nel piccolo borgo molisano da sempre si dice che si cresce con “pane e diavolo“. La figura mostruosa del diavolo regala a Carnevale un ventaglio di emozioni vivaci e profonde. La maschera del diavolo seduce e scuote chi raggiunge il paese da ogni dove.

Una pantomima fuori dal reale

Anche quest’anno successo assicurato per la pantomima tradizionale tanto attesa dagli appassionati, dai fotografi e dagli studiosi amanti dell’antropologia culturale. Si tratta di una scena vivace a scena aperta fuori dal reale. Vivente. Numerose come sempre le attenzioni su questa figura strana per fissare i particolari della sua dimensione arcana. Il diavolo promuove uno spettacolo a forte impatto espressivo. La maschera ha un’anima inquieta. Corre, vibra, incute paura e piacevolmente terrorizza. Bisbiglia e grida negli angoli bui e nei vicoli più stretti del paese. Con gli occhi di fuoco crea una cornice d’altri tempi ai piedi del castello. È da brivido il suo stato febbrile. Il diavolo stride nel suo ansimante brusio.

Nessuno prende le distanze da questa figura baldanzosa e strana. In qualche modo ognuno vicino a sé sente lo spirito del diavolo che col tridente in mano dà voce al suo istinto bestiale. Si arrotola e fa capriole simpatiche davanti ad un bimbo che lo istiga col campanello in mano. Saltella per evitare i colpi mortali della falce. Agitata da due figuranti nei panni della Morte, con candidi vestiti, col viso imbrattato di farina. In questa teatralità spontanea, piena di energia, il diavolo stranamente è sempre amato. Impareggiabile la sua danza. Archetipo di una lontana filosofia esistenziale. Il diavolo saltella, corre, cade giù per terra. A Tufara è una figura irreale che ha una bella realtà radicata nell’anima popolare.

La danza millenaria tra bene e male, vita e morte

Sabato scorso due erano i gruppi del diavolo ad aprire e chiudere la sfilata delle antiche maschere. Nella sua pantomima coinvolge fino a sera. Il diavolo quando salta si svuota dei suoi istinti ancestrali, per riposare poi in santa pace. È di buon auspicio. Incarna la lotta tra bene e male, amore e odio, morte e rinascita. Trae origine dal mito di Dioniso. Dio dell’ebbrezza, della follia e della rinascita a nuova vita. Il capro è l’animale dove s’incarna la vita del dio pagano. Le sette pelli di capra che indossa il diavolo di Tufara ricordano appunto l’origine lontana di una mitologia vicino ai problemi umani.

Le grida e i salti febbrili in corsa accentuano il “panta rei” della vita, dove si muore, si rinasce e si vive ancora di nuovo. In questa strana giostra degli opposti si ritrova il senso dell’esistenza più autentica. Forse questo è il motivo per cui il diavolo piace a tutti i presenti.  Senza problemi la vecchia maschera molisana si tramanda. Con orgoglio va avanti. Nell’occasione a Tufara si riscopre anche il valore del dialetto come emblema della festa: “Crisce Sande ca diaule ggià ce si“. Si tratta di un proverbio beneaugurante verso i più piccini quando starnutiscono. È un motto pieno di principi educativi per dare valore e senso alla propria vita.

All’appuntamento di quest’anno hanno partecipato: Carnevale di San Leucio Campania, Corriolos di Neoneli Sardegna, Pulgenella Castiglione Messer Marino Abruzzo, I Cavalieri del Fuoco di Lucera Puglia. Le foto sulla vestizione sono di Lucia Bocale.

Ripartiamo all’imbrunire. Sulla strada ad alta quota una lepre ci guida sull’asfalto. Poi, di corsa, sotto le luci basse si dilegua nella macchia. È una sorpresa reale, che convive nella mente col chiasso primitivo delle maschere più antiche. Ormai alle spalle. Il ricordo del diavolo resiste. Trova spazio nei cassetti della memoria. Non si ferma qui. È un canto rumoroso della bellezza in fiore nell’andamento di un paese spesso solo. Ci ricorda di amare la bellezza dei nostri luoghi da cui prendiamo le distanze. Ci sussurra di restare e di non andare via. Mai.

  • Di Luigi Pizzuto

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Valentina Pisano

Sono Valentina Pisano, 24 anni, laureata in Scienze della Formazione Primaria. Ho intrapreso questo percorso di studi poiché mi piacciono molto i bambini e il loro fantastico mondo fatto di piccole cose. Adoro leggere, per arricchire il mio bagaglio personale e scrivere, per comunicare al meglio con gli altri. Mi piacciono gli animali e la natura. Ho una particolare ossessione per le foto, attraverso gli scatti catturo dettagli o momenti delle giornate. Una delle mie più grandi passioni è ballare, sin da quando ero bambina sono stata amante dello sport. Sono contenta e volenterosa di intraprendere, con impegno, questa nuova esperienza nel servizio civile presso la redazione UMDI.

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