A.C.A.B. Quando la violenza porta la divisa

Attualità

di Leonora Faccio*

(UMDI – UNMONDODITALIANI) Le storie dei protagonisti di A.C.A.B. (All Cops Are Bastards) iniziano in una qualsiasi notte romana; sono le storie dei poliziotti della celere, per tutti i “celerini”. Hanno nomi a metà tra eroi dei fumetti e delinquenti di quarto ordine: Mazinga, Negro, Carletto, Cobra e il novello Spina, interpretati dagli attori romani più richiesti del momento, tra cui Filippo Nigro e il solito Francesco Favino.

Ed è in quel limbo, tra eroi e delinquenti, che il regista, S. Sollima (“Romanzo Criminale – La Serie”), forse vuole lasciare questi personaggi, per rimetterli al giudizio dello spettatore: paladini della giustizia armati di scudo e manganello o criminali che si fanno giustizia da soli legittimati dalla divisa che portano? Sollima ci propone un ritratto crudo e reale di un gruppo di persone che è stato poco, se non mai, raccontato da tv, cinema o giornali, un mondo ricco di luoghi comuni e leggende metropolitane, che alla fine del film ci appaiono persino reali.

Quello che è chiaro è che questi due mondi, quello degli eroi e dei criminali, sono uniti da un elemento comune, la violenza. Una violenza che scatta con poco e che una volta innescata non si arresta; una violenza che arriva fin dentro le mura di casa, di cui le famiglie si nutrono e che non può essere eliminata: i poliziotti della celere riescono a gestire (a modo loro) folle di tifosi infuriati, povera gacab2ente sfrattata dalle loro case, immigrati irregolari, ma non hanno alcun controllo sulle loro vite private e forse è questo il limite della violenza, il non poter essere una soluzione ad ogni problema.

È difficile mettersi nei panni di questi individui, il regista ci offre pochi scorci della vita osservata dal loro punto di vista, come il sentire le urla di tifosi inferociti che rimbombano nella testa coperta dal casco, o l’immagine di una donna offuscata, che pronuncia parole quasi impercettibili, come a sottolineare quanto la mentalità di un celerino è lontana da una tranquilla vita quotidiana perché troppo vicina a certe ideologie politiche. La prospettiva dell’incertezza del giudizio dello spettatore è affidata a Spina, l’ultimo arrivato, che vacilla tra il fascino di questa divisa “multiuso” e la sopraffazione sugli altri che essa porta. È interessante anche l’uso della colonna sonora, che ci accompagna nei vari mondi presenti in ACAB, in una Roma in cui convivono gruppi apparentemente uniti dagli stessi ideali, ma accomunati, invece, solo dall’uso della violenza.

Uscendo dalla sala si ha come l’impressione di avere qualche conto in sospeso, di dover sfogare la rabbia contro qualcosa o qualcuno, o di andare a gridare sotto un palazzo del potere come fa Negro, perché un sistema che giustifica la violenza a piacimento non potrà che alimentarla, entrando in un vortice di sopraffazione dove le future generazioni ormai confuse si faranno a pezzi tra di loro.

31 / 03 / 2012

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