STORIE DI EMIGRAZIONE. QUANDO GLI ITALIANI LASCIAVANO LA PATRIA SPINTI DALLA FAME, HANNO FATTO CRESCERE LE NAZIONI E LA LORO PATRIA di Carlo Giannotti –
GENTE ANTICA, ABITUATA A TRIPOLARE PER GUADAGNARE DUE LIRE. CON GL’OCCHI SI MANGIÒ L’IMMAGINE CARA DEGLI ANZIANI AMICI. SUL MARCIAPIEDI STAGNAVANO SINGHIOZZI, STRILLI E FRIGNI DEI BAMBINI. SI FERMÒ PER SPOLVERARSI IL VESTITO DELLA DOMENICA. LA LOCOMOTIVA SBUFFÒ E SI MOSSE. AL PORTO DI GENOVA GIRONZOLAVANO PERSONE SENZA SENTIMENTI, DI LOSCA FATTURA, PRONTI A TIRAR SPORCHI PROFITTI A SPESE DI QUELLA GENTE STORDITA, CHE SI ARUNAVA SUL MOLO OGNI QUALVOLTA UN BASTIMENTO PARTIVA PER L’AMERICA. GLI UOMINI STIPATI COME MERCE PATIVANO LE CONDIZIONI CH’ERANO AI LIMITI DELLA VIVIBILITÀ. L‘OCEANO NON FINIVA MAI, E IMPRESSIONAVA QUELL’ANIME CONTADINE. ERA IL SECOLO DEL 1894….L’UOMO PRIVILEGIATO DEL NUOVO CONTINENTE CONOSCEVA SOLO UN DIRITTO: QUELLO DELLO SFRUTTAMENTO, E TRATTAVA I NOSTRI EMIGRANTI PEGGIO CHE UNA BESTIA AL GIOGO. QUEGLI SBARCHI SCARICARONO TANTI ITALIANI IN UN MONDO DOVE LE PAROLE TOLLERANZA, GIUSTIZIA, RAZZISTA…, RIMANEVANO LETTERE SCONOSCIUTE. ANALFABETI, PRIVATI D’OGNI ASSISTENZA, CON UMILTÀ ACCETTARONO TUTTI I LAVORI, SI PIEGARONO ANCHE AI PIÙ DISUMANI, RISPETTOSI, RISPARMIATORI, FURONO I SEGNI VISIBILI CON I QUALI SI DISTINSERO. L’AMMIRAZIONE E L’INCOMPRENSIONE DI CHI IMPARAVA A CONOSCERLI, ERA STIMOLATA PER QUEL DONO INVISIBILE D’INTUIZIONE O ESTRO GENIALE CHE POSSEDEVANO. CERCARONO DEI TERRENI CHE NESSUNO VOLEVA, LE RIPULIRONO PER CONTINUARE A COLTIVARLI COME D’ERA USANZA NEI LORO PAESI. NON SI CONFONDEVANO CON LA RELIGIONE, FESTEGGIAVANO LA MADONNA E I SUOI SANTI. NON VIOLENTAVANO LE DONNE: LE AMAVANO, LE SPOSAVANO E LE PROTEGGEVANO. NON ENTRAVANO NELLE CASE A RUBÀ E UCCIDERE, LORO LE COSTRUIVANO. NON MANIFESTAVANO NELLE PIAZZE, MA LE IMBELLIVANO CON SIMBOLICHE, PREZIOSE OPERE D’ARTE… I CONTINENTI SI ARRICCHIVANO CON LE GENERAZIONI DEGLI EMIGRANTI ITALIANI
Una testimonianza tramandata dai miei vecchi, una delle tante storie raccolte direttamente dagli emigranti, partiti da piccoli con i genitori, subito dopo la guerra(1946), testimonianze pubblicate da un giornalino locale, Versilia Oggi.
Con l' impegno dei due giornalisti, responsabili della pubblicazione, e il coinvolgimento del Sindaco di Seravezza, Ettore Neri, affiancato dall'assessore, Andrea Giorgi, stiamo cercando di dar vita a un progetto centrato sull'immagine  dell'emigrante, e del suo espanso e pacifico ruolo sociale.
Son certo che esiste un entusiasmo reciproco nel salvare un tesoro che inevitabilmente sta colando a picco.
Gli Emigranti Italiani furono e sono un Popolo Pacifico che partecipa all’evoluzione delle diverse culture, e contribuisce al benessere Totale della sua Patria.
La loro storia è un esempio di lode: dovrebbe far meditare chi intende di saper governare, ed esser da faro a coloro che assaltano le coste, o con ogni mezzo pretendono di entrare a far parte di una famiglia, senza bussare alla porta.
Il Popolo del Rispetto.
« Porta sempre rispetto, come io l’ho avuto per i miei antenati, come essi ce lo hanno insegnato. Rispettare la Ma,’ tu’ Pa’, i vecchi, e le tue origini è cosa Sacrosanta. Quando busserai a una porta attendi: se ti fanno entrare, e poi per creanza di offrono un posto al tavolo, quella gente merita rispetto e riconoscenza. Quest’uscio che stai per lasciare è tuo, e se un giorno ritornerai ricordati sarà sempre aperto.»
Dopo le sagge parole del babbo, la mamma con gl’occhi accecati dalle lacrime si rumò in tasca e porse al figlio la medaglina con l’immagine sacra, singhiozzando la sua benedizione : “Portala sempre con te, che il Signore ti benedisci e la Madonna ti protegga”.
La nonna dall’ossa ricurve gli offerse i calzerotti da lei stessa confezionati con la lana delle pecorette, e seppe solo dire :
- Non ti rivedrò mai più.
Abbracci densi d’emozione: poi videro il loro bimbo sparire nel viottolo che scendeva tra le vigne, già sepolte dalla sera.
I muscoli delle gambe sollecitati dalla fretta d’arrivare, non ebbero ragione sull’istinto del giovane uomo che con le braccia, di scatto strappò un cimo d’olivo, e fece presto a imbucarselo in tasca.
La via Chiusa inghiottita dalla notte nascondeva grosse buche di terra, pronte a farti troncare gli stinchi. Da un lato, gli altissimi agaggi stentennati dal vento parevano anime in pena, e a destra, dall’alto poggio che faceva da argine al bottaccio*, (grande e profondo bozzo artificiale che serviva a innacquare il granturco durante l’estate) a tutti i momenti potevano saltare fuori dei briganti. Lui aveva fretta, quella strada la conosceva a memoria, e sicuro, senza timori, si ritrovò all’ultima secca curva, dove c’erano due secolari gelsi bianchi*, (Piantati lì da misteriosa persona ch’era andato nello sconosciuto mondo asiatico alla ricerca dei bachi da seta. Per ampliamento stradale, nel 1962 con tanto dispiacere ho assistito all’abbattimento di quelle secolari, vegetali testimonianze, che a primavera si caricavano di mielose more, e facevano la felicità degli scolari. Erano gli alberi dei nostri chicchi.) e un muro mediovale rinserava una fattoria .
Con la testa zeppa di confusione si avvicinava al paese di Ripa, e quando vide il filino della luce a petrolio uscire da una  senice della finestra dell’antico bar (di Viacava) si fermò per spolverarsi il vestito della domenica, e senza altre esitazione entrò nel piccolo locale accerchiato dagli ulivi.
I sui amici l’aspettavano seduti al tavolo : impazienti di cominciare la briscolata si scaldavano le mani facendosi sfilare tra le abili dita il mazzo frusto delle carte.
Lui si sedette, ordinò un fiasco di rosso che bevvero senza esitazioni, e subito sollevarono i bicchieri in un festoso brindisi.
I giocatori, presi dalla frenesia viziosa, e vogliosi di incominciare la partita non fecero caso al gesto generoso del loro amico; poi era il giorno della quindicina.
Le carte giravano sul tavolino, dei moccoli stiacciati bene svolazzavano nell’area tinta dal fumo dei sigari toscani, e impuzzatata dagli alcooli persistenti del vino.
Il tempo scorreva nelle abitudini di quella gente antica, abituata a tripolare per guadagnare due lire, che poi spendevano in una serata, al caffè, con gli amici.
A un certo punto, il giovane uomo, turbato da qualcosa, non seguiva più il gioco :si rumava di tanto in tanto nel taschino del panciotto e discretamente sfilzava fuori l’oriolo (cipolla) attacco alla catenina.  Improvvisamente, per recitare una scena credibile incominciò a strusciassi la pancia, lamentandosi :« Oh quegli omini devo andà fora a piscià ! ma prima scoliamo il fiasco.» E rizzarono di nuovo i bicchieri.
Quando si alzò, con gl’occhi si mangiò l’immagine cara degli anziani amici che avevano lasciato le carte sul tavolo e incrociato le braccia. Prima di uscire si voltò per spiare ancora nella fievole luce gli uomini corrosi dalle fatiche contadine, poi si aggiustò la cintola, passò la piccola porta e si tuffò nel buio pesto.
Un istante dopo nel piccolo locale si intese l’onda lacerante d’una frustata, e subito un trotto. Alcuni giocatori, incuriositi s’alzarono, traballanti passarono la soglia: ma udirono soltanto lo scricchiolio delle ruote ferrate di un calesse nella via S. Luigi, che perdeva vigore, per sparire tra l’abbuiato oliveto che s’estendeva fino a Querceta.
Alla stazione del treno c’era gente, e altri barocci si fermavano per scaricare bagagli ingombranti, spinti con forza da uomini, donne e bambini.
L’energico giovanotto regolò il conto con il cavallaro, e stragicò un voluminoso sacco fino ai binari dove c’erano già  macchie scure di persone che appena si distinguevano, disperse tra scatoloni, casse, fasci di stracci.
Ognuno viveva nell’ansia di scoprire un mondo sconosciuto, e custodiva secreta una speranza di ritornare un giorno, vestito con un abito da festa.
Quando udì le vibrazioni delle rotaie, quella gente già in tremito si trasformò nella agitazione trafitta da febbrile pungiglione. Il nuvolone di vapore e il fumaccio nero della locomotiva avvolsero tutta la stazione, e quei cristiani ripresero vigore. Adesso si udivano solo urla sollecitate dalla fretta : «Dai, spingi ! aissa hooo! forzaaa !» E tutti, senza conoscersi, si aiutarono a vicenda per caricare la loro miseria.
Sul marciapiedi stagnavano singhiozzi, strilli e frigni dei bambini. La notte nascondeva tutto, anche le calde lacrime delle donne.
Gli stantuffi sotto pressione ridiedero movimento alla pesante meccanica, la locomotiva sbuffò e si mosse come una balena che molle si rituffa nel profondo oscuro. Alla stazione ferroviaria di Massa si ripeterono le solite scene, e alcuni scalpellini Carrarini tripolarono a caricare i ferri del mestiere.
Quando giunsero a Genova scesero tutti, ma istintivamente rimasero uniti per unire le loro forze. Al porto gironzolavano persone senza sentimenti, di losca fattura, pronti a tirar sporchi profitti a spese di quella gente stordita, che si arunava e si infittiva sul molo ogni qualvolta un bastimento partiva per l’America.
Al mattino i loro visi rivolti verso il porto cercarono ancora le Alpi, il profilo della loro terra che non esisteva più. Nel fragile guscio sbatacchiato dalle botte degli ondoni, gli uomini stipati come merce pativano le condizioni ch’erano ai limiti della vivibilità.
L‘oceano non finiva mai, e impressionava quell’anime contadine che adesso con lo sguardo ansioso cercavano la sfumatura della costa tanto sognata. Passavano tutta la giornata sul ponte per fissare l’orizzonte, a subire gli spruzzi violenti di salsedine che si appiccicava su tutto e bruciava la pelle.
A quel giovane partito dal Monte Di Ripa qualcuno dell’equipaggio gli disse :
-Non vi illudete troppo sulla vostra sorte! A quest’ora gli sciacalli incominciano a rodere il porto, e vi attendono con i denti aguzzi, e te, robusto come sei ti adocchieranno subito, vedrai, appena sceso ti chiederanno se vuoi fare lo scaricatore, o lavorare sulle linee ferroviarie, oppure finirai boscaiolo nel lontano…
Lui aveva compreso l’avvertimento, non temeva, c’era abituato a lavorare sodo : fin dall’infanzia il badile e il piccone erano stati gli arnesi della sua ignoranza. Si rivide lassù, sul buon colle, dove passava giornate, settimane, mesi, con il groppone ingobbato a fare gli scassi, per rendere il terreno adatto ai vigneti.
Era il secolo del 1894…. l’uomo privilegiato del nuovo continente conosceva solo un diritto: quello dello sfruttamento, e trattava i nostri emigranti peggio che una bestia al giogo.
Quegli sbarchi scaricarono tanti Italiani in un mondo dove le parole tolleranza, giustizia, razzista…, rimanevano lettere sconosciute.
Analfabeti, privati d’ogni assistenza, inizialmente considerati come i loro ingombranti fagotti che penosamente si stragicavino dietro, seppero sorprendere coloro che con superbia cercarono di schiacciarli. Con umiltà accettarono tutti i lavori, si piegarono anche ai più disumani, ma nessuno riuscì a spezzarli. Le persone colte, che erano abituate a certe riflessioni incominciarono a stimarli, e sempre più destarono l’ammirazione di tutti, fino a far pensare che provenissero da un altro pianeta.
Rispettosi, sgobboni, risparmiatori, furono questi i segni visibili con i quali si distinsero. L’ammirazione e l’incomprensione di chi imparava a conoscerli, era stimolata per quel dono invisibile d’intuizione o estro geniale che possedevano per riuscire a sopravvivere, e generatore di tumultuose idee nuove. Tutto quello che intraprendevano, senza aver avuto la minima istruzione lasciava perplesso l’umano studioso, e i loro sfruttatori incominciarono a indietreggiare, contrastati da quella ricchezza genetica ancora sconosciuta.
Nessuno di essi fu mai visto aggiaccato come un maiale sui marciapiedi, né per dormire, né per chiedere elemosine. D’indole sociale, era sempre pronto a dare una mano, spartire un pezzo di pane, e chiamava amici gli altri stranieri. Parlava con orgoglio della sua Patria benché fosse governata da ingrati, e fece di tutto per ritrovare i prodotti alimentari nazionali, così diedero vita al fiorente commercio. Risparmiatori fino all’osso fecero la fortuna delle banche. Non tiravano via nulla, tutto (facea comodo) era bono per il reciclaggio. Cercarono dei terreni che nessuno voleva, le ripulirono per continuare a coltivarli come d’era usanza nei loro paesi. Le loro mogli si frustavano i nervi d’albore a notte fonda. Non si confondevano con la religione, e anche se in molti bestemmiavano, festeggiavano la Madonna e i suoi Santi. Non violentavano le donne : le amavano, le sposavano e le proteggevano. Non entravano nelle case a rubà e uccidere, Loro le costruivano. Non manifestavano nelle piazze, ma le imbellivano con simboliche, preziose opere d’arte…
I vecchi rappresentavano il giusto esempio da seguire, e dettavano la regola del rispetto :« Se qualcuno ti monta su’ piedi e non si scusa cerca di capire, se ti ci rimonta una seconda volta e ignora le buone maniere avvertilo pacificamente, senza infierire. Se ci prova una terza volta ti vuole umiliare, all’ora non esitare ; gli va datta la lezione che merita.»
Gli anni, quando sono tanti sgretolano ogni cosa, e convinsero le membra fruste dell’energico contadino a rientrare nel suo paese.
 Nella via Chiusa c’erano le solite buche, i gelsi bianchi ai suoi occhi facevano una bella figura, e furono i soli a riconoscersi. Il muro che recintava l’antica fattoria era sparito. Uomini stanchi tiravano carrette, cariole piene di malloni, altri scavavano le fondazioni per ricostruire nuove case. Alcuni erano monchi o camminavano con le stampelle. La guerra aveva lasciato morte, miseria e macerie. Il fiatone gli gonfiava il torace, continuava a salire, e non riconosceva nessuno. Si sentì imbarazzato quando incrociò occhi curiosi, sospetti, che lo squadravano dai capelli fino ai piedi.
Trovò la casa della sua infanzia con la porta chiusa, e sul muro di sassi murato a terra spiccavano ciuffi di vetriola. Nel vigneto abbandonato crescevano le scepe.(rovi)
Si azzardò a bussare con insistenza, ma nessuno aperse. Gridò i nomi dei suoi genitori, non ebbe mai risposta.
Per la prima volta indietreggiò, e col vestito nuovo rimase pensieroso nella piccola piazza rigogliosa d’erbacce. Dei passi lo risvegliarono. Un energico giovanotto col piccone sulle spalle aveva finito la giornata. Parlarono a lungo per ricucire lo strappo di due generazioni, ma la memoria non riveniva. Si udivano mentovare i nomi di persone che subito dopo il conflitto erano sciamate per raggiungere l’America del Sud, l’Australia, il Sud Africa, l’Europa….
I loro figli frequentarono le scuole, lo scontro sociale non fu facile, ma seppero vendicare i padri analfabeti, con una distinzione che presagiva un inserimento riuscito a cento per cento.
Dalle università uscirono veri fenomeni che occuparono cariche politiche, o contribuirono a far avanzare le scienze, le ricerche, e furono maestri nelle più importanti invenzioni del secolo.
I Continenti si arricchivano con le generazioni degli emigranti italiani, e oggi dietro tantissimi e famosissimi nomi d’arte, di uomini e donne di scienza, di politici, imprenditori, moda, cinema, sportivi, operai…c’è ancora il seme di un popolo esemplare, che trasmise con entusiasmo una cultura straripante di generosità e inventiva, basata sul rispetto del prossimo.
 Le cause dell’emigrazione che tutti gli storici cercano, per comprendere…. sono, con qualche eccezione, sempre le solite: La fame che ti ci obblica, e la politica che ti ci scaccia.
«Gli Italiani sono strabilianti, ma lo possono essere solo se hanno una guida esemplare.»
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Il Giornale Quotidiano Internazionale, diretto da Mina Cappussi,diffuso in ogni angolo del pianeta in cui vi sia una comunità italiana, sede di STAGE FORMATIVI per l’Università Roma Tre, collabora con l’emittente televisiva TRSP con il programma omonino UN MONDO D’ITALIANI visibile a breve in chiaro e su SKY in tutto il mondo, associato al quotidiano ORA ITALIA della Patagonia Argentina e all’emittente radiofonica pubblica del sud America, Radio Nacional.Nata come LRA, Estación de Radiodifusión del Estado, ha trasmesso per la prima volta il 6 Luglio 1937dall’ufficio di Posta e Telegrafia nella città di Bs.As.Oggi è più conosciuta come Radio Nacional e trasmette da Viedma a Ushuaia, da Bs. As a Formosa; ha sottoscritto un accordo con Radio Emilia Romagna, RER, per il programma Ora Italia su 93.5 FM
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