MEMORIE DI UN MENESTRELLO NAPOLETANO. MAURIZIO SANTILLI AL CASTELLO DI MONTERODUNI HA INCANTATO IL PUBBLICO CON LA POESIA DEL CUORE

di Mina Cappussi -

PRESENTE ANCHE IL QUESTORE DI ISERNIA, L’AUTORE HA CALAMITATO L’ATTENZIONE DI UNA PLATEA SCELTISSIMA CON UN EXCURSUS STORICO EMOZIONALE NELLA CANZONE PARTENOPEA DAL 1600 AL 1950. PROSSIMA TOURNEE IN AUSTRALIA, GRAZIE ALLA LUNGIMIRANZA DI TONY PERFETTO DA MELBOURNE. SALVATORE DI GIACOMO E MARIO COSTA I BATTISTI E MOGOL DELL'EPOCA

La platea sceltissima, la cornice ineccepibile. Maurizio Santilli ha dato il meglio di sé al Castello di Monteroduni (Isernia), venerdì 20 marzo, nonostante il dolore all’articolazione della mano sinistra e ben ventuno pezzi eseguiti in sequenza, uno spettacolo che l’ha visto unico protagonista, capace di catturare, da solo, l’attenzione degli spettatori.

“Memorie d’un menestrello Napoletano- storia della canzone partenopea dal 1600 al 1950” è uno spettacolo scritto, ideato, interpretato dall’eclettico molisano che ha acquistato anche la nazionalità, per così dire, napoletana e romana, e che in un monologo, mai pesante, mai scontato, racconta, suona la chitarra, narra storie d’amore e di poesia, incalza, ammalia, introduce il suo pubblico in un mondo in cui la musica fa da filo conduttore. “Napoli – dice – è la capitale del Sud. Una capitale che ha dato lustro al mondo”. Le luci si spengono nello splendido salone del Castello, poi si riaccendono sulle note di “Michelemmà” un brano del 1600 i cui versi sono attribuiti a Salvator Rosa. “E’ grazie a questo pezzo – aggiunge – che nasce la tarantella”. E parla di Salvator Rosa, pittore e primo “posteggiatore”. Conosciamo un altro Maurizio, diverso da quel grande mattatore, stella del cabaret, che in tournee in tutta Italia fa ridere milioni di persone. Maurizio Santilli è qui un menestrello napoletano, perfettamente calato nella parte che si è ritagliato addosso come l’abito bianco di Pulcinella. Introduce il suo excursus storico-emozionale con tre brani del 1200, quando regnava Federico II. “Iesce sol” riportato ne “La Gatta Cenerentola”, il “Coro delle Lavandaie” del Vomero e “Fenesta che lucive”. “Ma quest’ultima non la suono – ironizza – perché porta male. Un po' come "Il valzer delle Candele". Pare che lo suonassero mentre il Titanic si scontrava con un iceberg. E visto che per venire qui, stasera, c’è voluto il gatto delle nevi....”.

Già, perché abbiamo dimenticato di dire che venerdì 20 marzo ha nevicato per l’intera giornata nel Molise, una bufera gelida che non ha scoraggiato gli avventurosi che aveva acquistato il biglietto in prevendita, e che si sono presentati puntuali all’appuntamento con Maurizio. Ne è valsa la pena, davvero, oltre alla calda ospitalità del maniero, tenuto in maniera irreprensibile dall’Amministrazione Comunale di Carmine Gonnella e restaurato di recente da un direttore di tutto rispetto, quale è l’architetto Franco Valente, Maurizio Santilli ha meritato tutti gli applausi che gli hanno tributato. Ha raccontato del “calascione” una chitarra di grandi dimensioni in voga all’epoca e del mestiere dell’acquaiolo, che risponde “so lacrime d’amore, nun è acqua!”.

Il 1600 è stato tratteggiato attraverso i brani “Cicerenella” e “Lo Gurracino” magistralmente interpretati alla chitarra e “raccontati” dalla voce morbida e pastosa di Maurizio.

Il 1700, l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, quella partenopea. “Idee liberali – ha incalzato – affogate nel sangue, che sarebbero trionfate, però, secoli dopo”.

E poi il 1800, il Romanticismo, i “lazzari”, il canto del dolore, della disperazione. Quando ha intonato “I’ te voglie bbene assajela platea è divenuta coro, una unica voce, prima sommessa, poi sempre più sostenuta, fino a riempire il salone, fino alla volta affrescata, con le immagini dipinte sul legno e gli stemmi nobiliari alla sommità delle pareti e l’emblema della famiglia Pignatelli. Un soffitto, quello del salone, costituito da centonovanta tavole di quercia, dipinte a tempera su preparazione in gesso e sistemate in fasce parallele accostate tra loro, in maniera da realizzare una unica superficie di 140 metri quadrati. Cornice ideale al menestrello che ha raccontato di come Raffaele Sacco, suonando “I’ te voglie bbene assaje” aveva fatto cantare tutta Napoli, mentre editori improvvisati editavano “le copielle” una sorta di spartiti dell’epoca, nonostante l'attribuzione ad un bergamasco, Donizetti.

“Nasce a Napoli – sintetizza – l’industria musicale”. E continua parlando di Salvatore Di Giacomo e Mario Costa, i “Battisti-Mogol dell’epoca” che, su un tavolino del Gambrinus, scrivevano “Si 'o ciel fusse fugliett e lettera e 'o mare inchiostr, nun c’abbastasse p t dice ch bbene vogl’ a te”. Ormai ha calamitato la platea, che canta, tamburella, dondola la testa. In prima fila il Questore di Isernia, Biagio Ciaramella, si fa coinvolgere nel viaggio a ritroso nel tempo, che va a scomodare Goethe, Rousseau,. Verdi e Leopardi, che ricorda Ernesto Murolo e i versi “Ammore è facile, tutt’o difficile, si adda succedere succedarrà”.

Arriva il 1900 con “REginella" (Io te vurria vasà), la Prima Guerra Mondiale, Libero Bovio con “Te si fatta 'na vesta scullata” e “T’aggio vulut ben a tte” sulla musica di Gaetano Lama. Ci parla di Rosalia Maggio, sorella di Pupella, e di Dante, di Beniamino, di Enzo, tutti figli di don Mimì Maggio una famiglia di origine circense che ha fatto del teatro luogo privilegiato di espressione creativa. “Ho lavorato con lei – ha ricordato Maurizio – al Teatro Centrale a Roma, dietro piazza del Gesù”.

E il 1900 è anche il secolo dell’emigrazione, che tanta parte ha avuto nella storia del Sud e di Napoli. I versi di Libero Bovio “Chisto è 'o paese addov tutt 'e parole, so doce o so amare, so sempe parole d’ammore”. E’ il 1925 quando nasce “Chisto è o' paese d’o sole”, nel 1928 “Vaco trovanno na' casciaforte. Lo so, la vita è tragica, ma a' cascia me l’anna dà, pe ce mettere tutt 'e lettere che m’ha scritto Rosina meia”, nel 1935 “Passione” di LIbero Bovio.

Non a caso Maurizio Santilli è stato di recente in Australia, a Melbourne, e vi tornerà in maggio, su invito del presidente dell’Associazione Molisana e Italiana di Melbourne,Tony Perfetto, per un tour nelle maggiori città dove è forte la presenza della comunità italiana. Inoltre parteciperà al Festival Internazionale dell’Arte che si terrà a fine maggio proprio nel continente australiano.

Il monologo si avvia alla fine con “Tammurriata nera”, “Simm 'e Napule paisà”, con Renato Carosone e le parole di un qualsiasi emigrante che ha dovuto lasciare la Patria. “I' lass o' mar, o' sole. Salutamella Napoli, è stata tutta a vita meia, dille che l’aggia amata quant’a tte”. E poi l’omaggio al grande Domenico Modugno “Resta cu mme, nun me lassà”, con "A sonnambula" (Carmela è na bambola) in cui il sottile velo della seduzione si fa leggero e trainante. “Carmela è na bambola...e a sunnambula che è na bambola fa a sunnanbula 'mbraccia a mme”.

Maurizio ha dato il meglio di sé, come autore, attore, musicista, narratore, regista, trasportando il suo pubblico in un turbinio di emozioni, fatto di ricordi ancestrali, di sentimenti sopiti, di effusioni dell’anima.

Il menestrello “del cuore” ha saputo giungere nel posto più recondito, utilizzando la musica come vettore privilegiato.

Lui, che è abituato alle grandi platee, che ha fatto anni di teatro impegnato, cinema, televisione, che si è lasciato sedurre dalla pubblicità (chi non ricorda lo spot di una nota mozzarella e della pizza surgelata), lui che ha bisogno del pubblico come dell’aria che respira, si è lasciato guardare dentro, dove le sensazioni sono intime e pregnanti e i colori sono quelli del cuore.

Il pubblico l’ha percepito, e ha cantato con lui; un unico grande cuore, irretito dalla poesia delle note senza tempo. Presente anche il Presidente del Rotary di Napoli, Nicola Forte.

Per il finale Maurizio ha voluto regalare a tutti una chicca da conservare gelosamente, un pezzo trascritto da lui stesso, sulla base di un canto andato perduto, in cui si parla del matrimonio tra il Sole e la Luna. “In questo brano – dice – c’è la quintessenza della canzone napoletana”. Ed è vero. La voce suadente parla di questo sole innamorato, che chiede alle sirene del mare di fare da testimoni e al Vesuvio di essere il compare. Spunta la luna un po’ pallida per l’emozione e la prima notte di nozze esplode l’amore. “P durmì tenimm o mare e pe cuperta o ciel blu”.

Maurizio il poeta-musico, il menestrello del cuore, saluta il “suo” pubblico con questo brano inedito che apre la porta al Sogno e alla Magia.

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23 / 03 / 2009


 






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