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MADAMA BUTTERFLY, UN TOCCO D’ORIENTE AL SAVOIA. LA STORIA DELL’OPERA LIRICA PIU’ RAPPRESENTATA AL MONDO CHE FU UN FIASCO ALLA SCALA

di Franz Albanese *

Madama Butterfly ebbe una nascita tormentata. La prima rappresentazione (Teatro alla Scala, 17 febbraio 1904) fu un fiasco. Eppure Puccini (Lucca, 1858 – Bruxelles 1924) giunse alla prima assolutamente soddisfatto e sicuro del lavoro svolto. L’insuccesso lo colse di sorpresa: la parte di Butterfly era sostenuta da Rosina Storchio, una celebrità, dirigeva Cleofonte Campanini, un musicista di spicco. L’esito fu disastroso, come aveva presagito Arturo Toscanini: “Andrete al macello”. I clamori di protesta raggiunsero il loro apice nel corso dell’intermezzo sinfonico del secondo atto dove ai fischi di uccelli previsti in partitura seguirono, riprendendo le cronache dell’epoca “latrati di cani, chicchirichì di galli, ragli d’asino, boati di mucche, come se in quell’alba giapponese si risvegliasse l’arca di Noè”. Certamente il fragoroso insuccesso fu opera di una manovra preordinata, organizzata dai numerosi ed invidiosi nemici del Maestro, e messa in pratica da una claque assai bene istruita. “L’invidia che rode i fegatosi, i castrati, gli eunuchi, gli impotenti, i rachitici, i sifilitici (…) un esercito di carogne puzzolenti”, scrisse invelenito Giulio Ricordi. Al termine della serata Puccini ritirò dalle scene l’opera e restituì l’importo dei diritti di rappresentazione alla direzione del teatro. La sua reazione fu: “La mia Butterfly rimane qual è, l’opera più sentita e più suggestiva che io abbia mai concepito! E avrò la rivincita, vedrai!”.

La ripresa, di poco successiva (Brescia, Teatro Grande, 28 maggio 1904), raccolse infatti un pieno successo, con il medesimo cast tranne il soprano Salomea Kruszelnitcka al posto della Storchio. L’autore aveva introdotto nell’opera alcune varianti: divisione del secondo atto in due parti, maggiore fluidità impressa all’entrata in scena della protagonista, integrazione con l’aria di Pinkerton “Addio, fiorito asil”. Il trionfo fu totale ed il compositore dovette presentarsi per dieci volte sul palcoscenico per ringraziare il pubblico.

Altri rimaneggiamenti sono poi attestati in corrispondenza di successive riprese (Londra 1904 e Parigi 1906). La versione definitiva, riprodotta nella presente versione di Campobasso, è sostanzialmente quella che venne rappresentata nel 1906 a Parigi e pubblicata da Ricordi l’anno successivo. Come profetizzato dallo stesso Puccini in assoluto Madama Butterfly è l’opera lirica più rappresentata nel mondo e la più amata dal pubblico.

Tanta fatica costò a Puccini la sua opera prediletta- e la sorte di Butterfly, fatta anch’essa di attesa e amore eccessivi. La musica raggiunge la misura di pietà e disincanto che sola può raffigurare l’esistenza di Cio-Cio-San: la sua speranza assoluta e guasta, la sua patetica finzione di un compimento all’amore, la sua misera fine.

A centocinque anni dalla sua prima rappresentazione possiamo affermare con certezza che quest’opera è l’unico esempio di trasposizione musicale di quel gusto estetico-artistico liberty e floreale che aveva trionfato nelle esposizioni di Parigi (1900) e di Torino (1902), e che proprio in quegli stessi anni aveva trovato in Milano un’accogliente nicchia. Dunque unico esempio di opera-liberty e testimonianza di una nuova dimensione artistica che scava, studia nei recessi, scolpisce a tutto tondo la personalità psicologica della protagonista, in bilico tra verismo, etnologico esotismo e allucinata irrealtà.

Con mezzi moderni per l’epoca (eliminazione della forma chiusa, ricorrente uso del leit-motiv, ricca e magistrale orchestrazione, uso di innumerevoli strumenti irrituali), una trama che raggiunge l’apice della tragedia (è possibile immaginare dramma maggiore di una madre cui viene sottratto il figlio?), Puccini riesce sempre ad emozionare e commuovere il pubblico. Da un primo atto, dove diverse situazioni conducono ad avvenimenti al limite del comico e del grottesco, si arriva ad una profonda introspezione dei personaggi, all’esplicarsi della madre di tutte le tragedie. Puccini tratta l’orchestra con la sapienza del massimo degli orchestratori: dal più delicato dei merletti, dalle reminiscenze orientaleggianti, dal possente preludio orchestrale del secondo atto, all’idea unica di far cantare un coro a bocca chiusa. Mai eccede nell’enfasi, anche se “Ier l’altro, il Consolato”, il duetto al finale del primo atto, “Un bel dì vedremo”, “Che tua madre”, “Io so che alle sue pene”,Addio fiorito asil”, “Tu piccolo Iddio”, rappresentano alcune tra le massime punte del lirismo vero. Abilità raffinatissima nella trovata dell’attacco gridato dell’aria finale, destinato a travolgere il pubblico, anche per la straordinaria genialità musicale e drammatica di Puccini.

Ma in Butterfly c’è anche un Oriente proporzionato, c’è la poetica delle piccole cose e stature pucciniane. Anche la preoccupazione documentaria e filologica si adegua al tono da miniatura e il dato colonialistico si stempera nel dolore d’una piccola vita ingannata quasi per gioco. C’è un verismo sui generis degli episodi locali fortemente caratterizzati (l’entrata furente del Bonzo, la scena di Yamadori…) e c’è quello sentimentale della protagonista, divisa tra espansioni e civetterie all’orientale, e verità tragica scandita abilmente fin dall’inizio in un ritorno di frasi presaghe e di interni richiami. Il linguaggio si adegua al folclore orientale sul rapporto di una cifra interna, tra il personaggio e il suo mondo, genialmente scoperta dal musicista come unità di misura, e si fa specchio vibrante delle psicologie: invadenze d’immagini pregnanti diventano simbolo d’una fede, o suggestive modulazioni all’orientale, sempre per immagini, del “gran duetto” d’amore, cariche d’un simbolismo sottile e allusivo. Decorativismo liberty s’alterna alle impennate sentimentali delle gran frasi che rivelano la verità poetica del personaggio pucciniano.

* Direttore del Conservatorio Perosi di CAmpobasso e dell'Orchestra Sinfonica Regionale del Molise

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24 / 04 / 2009





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