La scema della borgata (Castellone tales)

di Tony Marzilli *

Era proprio come me la ricordavo da ragazzo: una gabbia di ferro. E nel bel mezzo spuntava una pianta di girasole che sembrava godersi la solitudine della propria prigione. Quante volte, passando davanti a quella casa, la vedevo seduta su quella pietra, tutta sola, con spazio solo per muoversi. Quella faccia contorta e deforme; quei suoni vocali, più grugniti che parole, e quegli occhi cerulei così pieni di vita, di rabbia e di dolcezza. Si avventurò ad allungare la mano per toccarmi…

(UMDI – UNMONDODITALIANI) Avevo promesso a me stesso, da molto tempo, che prima o poi da quelle parti ci sarei ritornato, anche se solamente per una manciata di minuti. E mantenni la promessa. Senza dir niente a nessuno, un afoso pomeriggio di agosto imboccai il sentiero di montagna, che mi avrebbe portato alla vecchia casa dei nonni, ora abbandonata. L’avevo fatta molto spesso quella strada, da ragazzo, ma adesso mi riusciva difficile camminare tra erbacce e rami secchi, che ingombravano il sentiero sassoso. Finalmente, dopo una mezz’ora di ascesa, ansimante e sudato, giunsi sulla sommità di una roccia calcarea, che offriva una veduta panoramica della borgata. Le poche case del posto erano per lo più adibite a stalle, o abbandonate e in condizioni di imminente crollo. Bastava toccare una pietra fuori posto e tutto si sarebbe frantumato al suolo come un castello di sabbia. E tra queste casette primitive intravidi quella che io cercavo. Nel suo stato di abbandono non era diversa da altre, ma la riconobbi subito, senza tentennamenti, perché, a differenza delle altre, aveva un’inferriata a forma di gabbia davanti alla porta centrale. Ciò che rimaneva intatto di quella casa era appunto l’inferriata, tenuta chiusa con un catenaccio. Il resto era tutto in uno stato pietoso. Una facciata scolorita e ruvida; due finestre spalancate, i vetri rotti; un portone sgangherato come una bocca senza denti e un tetto sfondato, pericolosamente inclinato. Quel poco di spazio davanti alla porta era ora invaso da rose selvatiche e ciuffi di ramegna in cerca di spazio e di sole.

LA GABBIA

Ma l’inferriata davanti alla porta, quella sì, era proprio come me la ricordavo da ragazzo: una gabbia di ferro. Nel bel mezzo di essa c’era ancora una grande pietra piatta a forma di sedia, vicino a una cavità piena di sabbia e di sassolini, da cui spuntava una pianta di girasole che sembrava godersi la solitudine della propria prigione. Poi, come in un miraggio, sotto la sferza pungente del caldo estivo, della stanchezza e del monotono ronzio di mosche e zanzare assetate di sudore e sangue, vidi quel girasole trasformarsi in un volto umano. Era quello di Felicia, la scema della borgata. Un brivido freddo attraversò tutto il mio essere al solo ricordo di Felicia. Per non cadere a terra mi afferrai alle sbarre del cancello. Era proprio lei, Felicia! Quante volte, passando davanti a quella casa, la vedevo seduta su quella pietra, tutta sola, con spazio solo per muoversi. Quella faccia contorta e deforme; quei suoni vocali, più grugniti che parole, e quegli occhi cerulei così pieni di vita, di rabbia e di dolcezza emanavano un messaggio che nessuno riusciva a decifrare. Ricordo che ogni volta che visitavo i nonni, Felicia era sempre lì, puntuale, ad aspettare che ripassassi davanti al cancello. In una di queste occasioni si avventurò ad allungare la mano per toccarmi. Di scatto, come punzecchiato da una vipera, ritirai la mano dal cancello e, in preda alla paura, me la diedi a gambe. Voltandomi, per un momento, solo quando sentii il tintinnio di una manciata di sassolini cadere sulle sbarre dalla sua mano allungata verso di me.

SE AVESSI PROVATO A CAPIRE

Ma chi capiva Felicia? Certo non io, e meno ancora i miei coetanei. Così sporca! Così scapigliata! Così imprevedibile! Così povera che i genitori la tenevano rinchiusa quando per necessità erano nei campi. E poi era così brutta! Orrore degli orrori quando una volta davanti allo specchio cercai di imitarla contorcendo la bocca, il naso e la testa come lei! Possibile che anch’io potessi essere così brutto e deforme se in quello stato? No no, non c’era nemmeno da pensarlo! Anche se lo fossi stato esternamente, nel mio intimo sapevo che ero un bravo ragazzo. Ma chi può guardarsi dentro? E Felicia come era dentro? Proprio là, in fondo al suo cuore, sapeva ella amare, sorridere perdonare? Alla mia età non avevo tempo o voglia di riflettere su questo. Ero troppo occupato a crescere e a pensare a me stesso!

L’EMIGRAZIONE E LA TRAGEDIA

E così Felicia restò lì, sola nella sua gabbia e mai fui capace di sorriderle o di darle conforto. Lei pure dovette accorgersi della mia indifferenza, perché quando in seguito passavo davanti alla sua casa non si alzava più per avvicinarsi al cancello. Arrivò il giorno della partenza. Lasciai la borgata e seppi, tramite un amico, che Felicia era morta bruciata, non molto tempo dopo. Secondo alcune fonti, l’abito della creatura prese fuoco quando distrattamente si addormentò vicino al camino. Purtroppo nessuno se ne accorse, nemmeno i genitori che erano fuori a pascolare gli animali. Ed eccomi ora, ritornato al paese, fermo davanti all’inferriata. Ma non sono più un adolescente.

LA LIBERTA’ HA UN’ALTRA DIMENSIONE

Questa volta le mie mani stringono le sbarre da cui si intravede il girasole. Il girasole, che sotto l’effetto allucinante dei luminosi raggi del sole, vedevo trasformarsi in un volto raggiante di luce. Era il volto di Felicia. libera, sorridente e felice mentre io, dietro quelle sbarre arrugginite, mi vedevo prigioniero della vita.

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* I racconti, pubblicati ogni settimana, faranno parte di una raccolta che l’autore ha in animo di dare alle stampe

12 / 01 / 2020


 






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