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LA BATTAGLIA DI CANNE DEL FIUME FORTORE: LO STUPIDARIO DI ANNIBALE: tra Storia (in nero) e fantastoria (in rosso).

di Oreste Gentile -

Gli storici Polibio, Livio, Strabone, Cicerone, Cesare, Diodoro Siculo, Virgilio, Orazio, Dionisio di Alicarnasso, Lucano, Pomponio Mela, Plinio, Silio Italico, Appiano, Tolomeo, Procopio di Cesare, con le loro opere classiche ci hanno preso in giro!

Quando hanno descritto l’epopea di Annibale in Italia e la famosa battaglia di Canne del fiume Ofanto, erano tutti sballati dalle canne!

Che giudizio dovremmo esprimere per Polibio che commise il grave errore di chiamare Ofanto un fiume che ha la sorgente verso il mare Tirreno e, dopo aver attraversato l’Appennino, sfocia nell’Adriatico?

Il fiume è il Fortore!

( Italia ed il fiume Ofanto)

(Italia secondo le coordinate di Tolomeo e l’Ofanto)

(da it.wikipedia.org/wiki/Ofanto)

Abbiamo sempre saputo che l’esercito di Annibale era composto da Baleari, Galli, Iberici, Libici, Numidi, ritenuti militari rozzi ed ignoranti venuti in Italia per sconfiggere i Romani, occuparne il territorio e dividersi le loro ricchezze che rappresentavano il compenso del loro arruolamento.

Volete scherzare, ancora una volta noi non conosciamo la verità: quello che si accampò presso Gerione, il villaggio a confine tra i Frentani, i Dauni e i Pentri, nel territorio dell’attuale Molise, era composto da gente colta, erano degli eruditi mercenari che conoscevano la lingua e la cultura punica, tanto da insegnarle ed imporle a quei popoli in otto-nove mesi (a Gerione, estate-inverno del 217 a.C e primavera del 216 a. C.).

Furono insegnanti abilissimi: in un sì breve lasso di tempo quelle popolazioni appresero con volontà ed interesse la loro lingua ed il loro alfabeto; ambirono a farli propri e tramandarli ai posteri con tanta diligenza che ancora oggi le conserviamo nel nostro dialetto!

Le popolazioni che subirono quella nuova civilizzazione non dimostrarono altrettanto interesse, buona volontà e diligenza per conservare gelosamente quanto già appreso della lingua osco-umbra, di quella greca e latina!

E la breve presenza dei Goti e dei Bizantini? E gli influssi della lingua dei Longobardi, dei Franchi e quella più lunga dei Normanni (1053-1200) che diedero il nome alla nostra attuale regione; gli Angioni e tanti altri popoli che occuparono gli stessi territori?

Volete scherzare: la nostra lingua ed il nostro dialetto, punici sono!

Gli abitanti dell’antica Bovianum, a differenza dei loro più diligenti conterranei Pentri residenti lungo la sponda sinistra del fiume Fortore, dimostrarono un deplorevole disinteresse ad apprendere quanto di nuovo offrivano i nuovi amici punici: nel I sec. a. C. (48-46 a. C) e nel I sec. d. C. (75 d. C.), ovvero dopo la battaglia di Canne presso il fiume Fortore del 2 agosto 216 a. C. (III sec. a:C.), non usarono l’alfabeto punico, ma continuarono a scrivere in latino.

(Epigrafe da Bovianum del 48-46 a.C.)

(Epigrafe da Bovianum del 75 d.C )

Non più diligente si dimostrò l’amica-schiava di Herennio Sattio di Venafrum: incise su un tegolone, utilizzato per la copertura del grandioso tempio edificato tra gli anni 120-90 a. C. (II-I sec. a. C.) nell’area del santuario sannitico di Pietrabbondante, una iscrizione in osco ed in latino, le sole lingue che all’epoca si conoscevano e si parlavano nel territorio dei Pentri.

Gli insegnati punici avevano fallito il loro compito!

La povera schiava-amica si dimostrò una cocciuta somara, pur avendo imparato l’alfabeto dei padri e dei conquistatori Romani, non volle impegnarsi ad apprendere la lingua e l’alfabeto punico che le avevano lasciato in eredità i dotti guerrierisopravvissuti alla battaglia di Canne del Fortore. .

hn. sattiieis. detfrei Herenneis. Amica

seganatted. plavtad signavit. qando

(osco) ponebamus. tegila (latino)

(da Sannio Pentri e Frentani dal sec. VI al sec. I a. C.)

Da imperdonabili ignoranti i Pentri continuarono a scrivere ed a parlare l’osco ed il latino, altro che punico-fenicio!

I corredi delle necropoli puniche ritrovate lungo la valle del Fortore testimoniano che Annibale non venne per combattere i Romani e conquistare l’Italia, ma per offrire ai suoi uomini una piacevole scampagnata.

Non è vero che lasciarono al di là dei Pirenei tutti gli oggetti più o meno preziosi, ma ingombranti per coloro che dovevano trasportarli.

I loro carri non erano colmi di viveri e di armi, ma di vasi di bucchero, tipico della cultura punica, anfore, monili anche femminili ed i tessuti preziosi per avvolgere i corpi dei suoi uomini caduti in battaglia; sarebbero serviti soprattutto dopo la battaglia di Canne del fiume Fortore, visto che non esistono altre testimonianze di necropoli puniche per la battaglia del Ticino, del Trebbia, del Trasimeno e né di Gerione!

L’epico scontro della battaglia di Canne del fiume Fortore avvenne in piena estate, il 2 agosto dell’anno 216 a. C.; fu tale che gli storici di ogni epoca (dal III sec. a C. al XXI sec. dell’era moderna) lo hanno sempre ricordato per la strategia adottata da Annibale e per la sua ferocia, ma gli stessi storici tramandarono la loro ignoranza: commisero il grave errore-orrore di localizzare quella battaglia presso Canne del fiume Ofanto, e non presso Canne del fiume Fortore!

Pari ignoranza fu dimostrata da Annibale: invece di comandare ai superstiti di raccogliere i cadaveri dei suoi circa ottomila soldati in una fossa comune per evitare una epidemia, fece predisporre delle sepolture singole per alcuni caduti, per altri diede ordine di erigere monumenti, are e sepolcreti commemorativi ornati con strutture architettoniche.

Oggi, tutto ciò che si scopre lungo il corso superiore del fiume Fortore testimonia la lunga permanenza di Annibale e degli uomini del suo esercito nel territorio dei Pentri alleati dei Romani!

I famosi “ozi di Capua”?

Non sono esistiti!

Tutti gli storici ancora una volta si sono dimostrati degli imperdonabili ignoranti ed hanno commesso un grave errore-orrore: Annibale ed il suo esercito non “oziarono” nella città di Capua, ma rimasero nelle località site lungo il fiume Fortore, pertanto quel lungo soggiorno-vacanza fu ricordato in perpetuo come: gli “ozi del fiume Fortore”.

Un probabile, quanto occasionale passaggio dei punici nel territorio dell’antica Bovianum, capitale dei Pentri già conquistata dai Romani, è testimoniato da questa rara moneta rinvenuta nel castello di Civita Superiore: l’effige rappresenta la dea Tanit.

Potevano i nuovi conquistatori non pagare quanto richiesto dagli abitanti di Bovianum? Veramente avete pensato che quella moneta sia capitata lì per un puro caso ed in un’altra epoca? Il suo peso era tale da non poter essere trasportata!

Ben altro testimonianza è la “croce uncinata” o “svastica” ancora oggi esistente sulla facciata di una casa di Pietracatella!

svastica etrusca incisa nel tufo, Cavone di Sovana (GR) (dawww.triangoloviola.it/svastica.html)

Anche se quel simbolo non è pertinente alla cultura punica:

La svastica è un simbolo universalmente conosciuto e molto antico, se ne trova traccia in Asia, in Mongolia, in India e anche nell’America centrale. In effetti la svastica fa la sua comparsa in molte culture dell’antico e del nuovo mondo, la conoscevano i Celti, gli antichi Greci, gli Etruschi, gli Egizi, i Mesopotami e gli Aztechi. Presso l’Elam (nel periodo preistorico), Babilonia e nella valle dell’Indo per la cultura preariana di Mohenjo-dara (2000 a.C.), la croce uncinata era vista come simbolo religioso e come portafortuna circondato da un immensa aura magica.

Annibale un grande condottiero ed un abilissimo stratega?

Siamo irrecuperabili alle conoscenze storiche!

La sua tattica di disporre l’esercito che eccelleva per la cavalleria, superiore per cavalieri a quella romana, non prediligeva un’ampia pianura per eseguire la sua famosa tattica di accerchiamento degli avversari, ma sceglieva solitamente un territorio collinare, se non addirittura montuoso, ideale per l’attacco della sua cavalleria.

Non fu lui a scegliere scioccamente di sfruttare per un esito positivo della battaglia la luce del sole e non il vento scirocco che sarebbe stato utile ad accecare con la polvere l’esercito romano?

Schierò il suo esercito con il sole sul fianco destro, costringendo i Romani ad averlo alla loro sinistra; il vento scirocco non esisteva, ma uno strano, quanto opportuno fenomeno meteorologico, considerato un vero e proprio miracolo, permise alla luce del sole di colpire frontalmente e così “accecare” i malcapitati soldati dell’esercito romano.

Che giudizio esprimere sugli uomini che componevano la famosa cavalleria cartaginese?

Cavalcavano degli sfiancati ronzini perché si ritiene che non potessero coprire in cinque giorni la distanza di circa 250 miglia da Canne dell’Ofanto a Roma.

L’esercito romano in fatto di pigrizia non era da meno dei ronzini della cavalleria di Annibale: secondo la descrizioni di Polibio, i consoli nel trasferire l’esercito dall’accampamento di Calene (Casacalenda), presso Gerione, impiegarono due giorni per coprire una distanza di poco più di 23 miglia per raggiungere gli avversari accampati presso Canne del fiume Fortore di cui ancora non si conosce l’esatta localizzazione, adifferenza diCanne del fiume Ofanto.

Gli altri contingenti dell’esercito romano avevano sempre mostrato un addestramento superiore: con una media “normale” giornaliera di marcia, definita iustum iter erano in grado di coprire la distanza di 20 miglia, mentre con un magnum iter potevano percorrere ben 50-60 miglia.

Potevano coprire distanze maggiori con magnis itineribus: le marce forzate!

Livio ci tramanda che Nerone……partì da Senigallia …… e sei giorni dopo pervenne all’accampamento di Annibale presso Metaponto distante circa 400 miglia.

Che dire di Giulio Cesare?

Il suo esercito impiegò otto giorni per coprire la distanza da Roma a Ginevra!

Che vergogna per quei Romani che impiegarono due giorni per andare da Calene ad una Canne del fiume Fortore; non da meno la cavalleria di Annibale che non fu in grado di andare in cinque giorni da Canne del fiume Ofanto a Roma!

Il console Lucio, comandante dell’esercito che si trasferì da Calene a Canne del fiume Fortore, stando a Polibio, ebbe una visione: vide che tutti i luoghi all’intorno erano piani e spogli di alberi, caratteristiche che ancora oggi sono inesistenti in quella località.

Annibale nel 210 a. C., abituato a commetterre errori, non fece occupare dai suoi uomini la città di Marmoreas, posta nel territorio degli Irpini, ma preferì una città omonima posta nel territorio dei Sanniti Pentri, alle sorgenti del fiume Volturno.

(da www.sanvincenzoalvolturno.it/pg/sez1_d.htm)

In quella città, in base a scoperte linguistiche si ritiene che nell’anno 731 fu fondata, prima in Europa, l’abbazia di Marmoreas-San Vincenzo al Volturno.

Siamo, come sempre, degli imperdonabili ignoranti!

Abbiamo sempre avuto la certezza che la prima abbazia edificata in Italia ed in Europa fosse quella fondata da san Benedetto nel 529 a Montecassino.

(da www.at-news.it)

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diretto da Mina Cappussi


14 / 12 / 2008





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