JOHN FITZGERALD KENNEDY: IL DESTINO DI UN PRESIDENTE di Gianluca Ricciardi
FORSE UN COMPLOTTO POLITICO ORDITO DALLA MAFIA O DA ESULI CUBANI ALLA BASE DELL'ASSASSINIO, 46 ANNI FA, DEL PRESIDENTE AMERICANO KENNEDY
 Il 22 novembre del 1963 veniva ucciso, a Dallas, John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Un presidente che ha segnato il cuore degli americani legato anche ad un destino crudele che si è accanito contro una delle famiglie più ricche ed importanti d’America del dopoguerra. Nato a Brookline, nel Massachusetts nel 1917 da una ricca famiglia di fede cattolica, si laurea ad Harvard nel 1937 e combatte con valore durante il secondo conflitto mondiale. Terminata la guerra, nel 1946, entra in politica nelle file del Partito Democratico e si candida con successo alla Camera dei rappresentanti. Inizia la sua scalata al successo nel 1952 quando ottiene il primo seggio al Senato e nel 1960, raggiunta ormai la leadership del partito, si candida alla presidenza e si insedia alla Casa Bianca sconfiggendo il candidato repubblicano Richard Nixon.
Abilissimo nella politica interna non ebbe la stessa fortuna in politica estera. Tra i confini nazionali si prodigò nella lotta alla disoccupazione con un imponente programma sociale di sussidi, non disdegnando investimenti per la difesa militare, la ricerca scientifica e la realizzazione di programmi spaziali.
Nella politica estera invece, Kennedy dovette registrare delle pesanti sconfitte con relative critiche. Atto a perseguire la politica del contenimento comunismo Kennedy si trovò spiazzato dai primi mesi del 1961 quando scoppiarono una serie di crisi internazionali a cui dovette far fronte. Il piano per rovesciare  il regime di Fidel Castro a Cuba fallì miseramente nel cosiddetto “sbarco della Baia dei Porci”; le promesse di Kruscev, premier sovietico, per l’avvio di un dialogo che si concluse con l’accordo per la neutralizzazione del Laos, allora minacciato da rivoluzionari comunisti. Fallì anche in questa occasione in quanto incapace di raggiungere un accordo con Berlino che, nell’agosto dello stesso anno (1961) eresse il Muro.
Non fu di aiuto al Presidente il clima di conflittualità della Guerra Fredda che si inasprì quando l’Unione Sovietica riprese le sue sperimentazioni nucleari. La crisi si acuì nell’autunno del 1962 quando alcuni aerei da ricognizione americani, sorvolando l’isola di Cuba, individuarono alcune basi missilistiche sovietiche. Kennedy impose immediatamente l’embargo all’isola ma mentre stava preparando l’invasione della stessa Kruscev accettò l’invito di Washington di smantellare le basi. Questa fu, per Kennedy, una vittoria politica e personale di grande prestigio. Cavalcando l’onda del successo e sfruttando il clima internazionale di distensione riuscì a raggiungere un accordo con Gran Bretagna ed URSS per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Promosse “l’Alleanza per il progresso” con il quale approntava un piano di aiuto per lo sviluppo economico dell’America latina. A questi successi però, fece seguito l’aggravarsi della crisi in Vietnam: la decisione di Kennedy di inviare un contingente di 17.000 uomini per arginare la rivolta comunista costituì il primo passo per il coinvolgimento americano in una guerra catastrofica costata agli Stati Uniti tantissimo sia in termini di vite umane che di denaro.
 Come detto, l’epopea di Kennedy si spegne il 22 ottobre del 1963 quando, nel pieno della sua campagna elettorale incentrata sull’integrazione razziale e sul diritto al voto dei neri, venne assassinato a Dallas, da un colpo d’arma da fuoco. Un’ora dopo la tragedia, la polizia fermava un ex marine di nome Lee Harvey Oswald, considerato l’autore materiale del delitto. Nel settembre del 1964 il presidente della Corte Suprema Earl Warren pose fine alle indagini indicando Oswald come unico responsabile del delitto (cfr Rapporto Warren); ma le indiscrezioni di testimoni parlano di un complotto politico ordito forse dalla mafia o da esuli cubani.
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