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IL FENOMENO HIKIKOMORI SERPEGGIA IN ITALIA. ADOLESCENTI CHE SI CHIUDONO IN CAMERA CREANDO UNA REALTA’ VIRTUALE PARALLELA

di Simona Aiuti –

PUNTI DI CONTATTO TRA I RAGAZZI GIAPPONESI E I “MAMMONI ITALIANI”. RAGAZZI CHE PER ANNI VIVONO IN CAMERA BARRICATI, SENZA AFFRONTARE LA VITA VERA. PER QUESTI ADOLESCENTI VIVERE COSÌ È COME UN hikikomori, dal film di francesco IodiceTRAGUARDO, È LA FRONTIERA. IN OGNI EPOCA IL DISAGIO DELL’ADOLESCENZA. GLI HIKIKOMORI SONO FIGLI DELLA CULTURA GIAPPONESE. UN FENOMENO NATO IN GIAPPONE, DOVE GLI HIKIKOMORI SONO CIRCA UN MILIONE, IN ITALIA SI DIFFONDE SEMPRE DI PIÙ.

Si tratta di un fenomeno partito dal Giappone e che si sta diffondendo a macchia d’olio, infatti, in Italia il loro numero va crescendo e possiamo affermarlo senza dubbio per l’allarme lanciato dagli esperti che abbiamo sentito.

Alex di Milano ha messo un chiavistello alla porta della sua stanza e per circa sei mesi non ha voluto aprire a nessuno. Andrea sempre di Milano, da tre anni passa le notti su Internet perché ritiene che quella sia la vera vita. Anna esce dalla sua stanza solo la notte per mangiare. Luca di Roma si identifica solo con il suo nick. Questa è la vita degli “hikikomori”, giovani che si auto recludono, prediligendo il dialogo virtuale con degli sconosciuti, alienandosi dallahikikomori famiglia.

La realtà dei hikikomori si può conoscere solo attraverso genitori o fratelli. Adele dice: “Mio figlio per sei mesi mi ha parlato solo attraverso la porta e solo per urlarmi di lasciarlo stare”.

Lidia dice: “Mia sorella esce quando tutti dormono: mi ruba le sigarette, mangia qualcosa e torna a rinchiudersi”. Incontrare questi adolescenti è impossibile, anzi lo si può fare solo andandoli a stanare nel web.

Hikikomori è giapponese e indica quei ragazzi che per anni vivono in camera barricati, senza affrontare la vita vera. Per questi adolescenti vivere così è come un traguardo, è la frontiera. In Giappone sono circa un milione, e in Italia la necessità di isolarsi dal mondo esterno, ritenuto orribile, si diffonde sempre di più.

Non esistono statistiche sulla “lost generation” nostrana, ma solo le testimonianze di psicologi, i casi da loro registrati, e le storie di soggetti come Alex, 16 anni e una vita in 20 mq scandita solo dal rombo degli aerei di Malpensa; Andrea ha un anno in più di Alex e vive da anni nella sua stanza alle porte di Brescia; Valentina sta rinchiusa in un appartamento sull’Adriatico. Si tratta più di maschi che femmine, e quasi sempre “under 18”, molto intelligenti, creativi, ma introversi. Sono ragazzi che senza un apparente motivo si chiudono nella loro stanza. Chi per incapacità d’affrontare il mondo, chi per esprimere la rabbia. Il record nostrano d’auto reclusione è di tre/quattro anni, mentre quello nipponico di 15 e più.

In Giappone gli hikikomori costituiscono un fenomeno culturale e sociale. Alcuni ricercatori, tra cui Michael Zielenziger autore del saggio “Non voglio più vivere alla luce del sole”, dice che l’auto reclusione è stata dovuta alle pressioni sociali, dalla severità del sistema scolastico, dalle madri oppressive, ai padri assenti.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare quello che viene definito un disturbo, ma è stato anche il primo a evidenziare alcuni punti di contatto tra i ragazzi giapponesi e i “mammoni italiani”.

In Oriente il fenomeno si è allargato verso la Corea, Usa, Nord Europa, e Italia. La prima analogia con noi è lo stretto rapporto con la madre, che può rendere il figlio narcisista e fragile, sempre chiuso in camera, e così niente amici, sport, cinema e abbandono della scuola.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Clara Monopoli, psicologa e psicoterapeuta, perché accade ciò in maniera tanto estrema.

“Il Ragazzo arriva a evitare il confronto con il mondo vissuto come troppo complesso da affrontare o, d’altro canto, non in grado di comprendere le proprie peculiarità.

Senza giungere all’estremizzazione del fenomeno possiamo notare come già in tenera età i nostri ragazzi creano un mondo tutto loro in cui gli adulti faticano ad entrare e nel quale si parla con la lingua dei cartoon o dei videogiochi”.

Nell’ultimo anno all’Istituto Minotauro di Milano, si sono rivolti i genitori di oltre 20 ragazzi, dei quali cinque casi sono piuttosto gravi: vivono chiusi nelle loro stanze da ormai tre anni circa. Il dott. Pietropolli Charmet dice : “In ogni momento storico e in ogni Paese i giovani hanno dato sfogo al loro malessere, le isteriche di Freud, i tossicodipendenti anni 60/70, le nostre anoressiche. Gli hikikomori sono figli della cultura giapponese, ma i nostri "autoreclusi" condividono con loro più di un aspetto”.

All’origine del fenomeno c’è spesso una fobia scolastica, ma mentre i ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe, i nostri scappano dall’incapacità di gestire relazioni di gruppo. Il risultato e il disagio non cambiano. Questi adolescenti si chiudono in una stanza e sostituiscono la vita reale con quella virtuale. Tuttavia internet non è una causa, e spesso, come le anoressiche, negano il proprio corpo. L’ultimo passo è l’inversione del ritmo circadiano, poiché vivono di notte e dormono di giorno.

Più il ragazzo vive nel suo guscio, e per questo soffre, più è difficile farlo uscire. Il problema è entrare in contatto con loro. Non resta che parlare con i genitori, con gli amici. A volte il contatto arriva solo grazie a quello che chiamiamo “compagno o fratello maggiore”, un giovane psicoterapeuta.

Abbiamo chiesto sempre alla dottoressa Monopoli una visione del tutto riguardo il fenomeno hikikomori.

Scuola e famiglia parlano due linguaggi molto diversi e questo non facilità la possibilità per i ragazzi di trovare all’interno dei sistemi deputati ad aiutare e sostenere la loro crescita, l’aiuto necessario per evitare il manifestarsi di queste estremizzazioni.

La creazione di una realtà alternativa, che possiamo definire patologica, viene favorita dall’impossibilità di un dialogo aperto e sincero tra i sistemi deputati all’educazione. Troppo spesso ci troviamo di fronte a genitori che non accettano e non riconoscono le reali potenzialità dei propri figli, o che sono incapaci d’accettarne le difficoltà, ma pronti a criminalizzare la scuola e i docenti rei di far presente le difficoltà relazionali che i ragazzi manifestano in gruppo.

Tutto questo porta ad un’unica conseguenza: i ragazzi iniziano a crearsi un’immagine della realtà distorta, in cui non trovano punti di riferimento sicuri, e quindi creano una realtà parallela, tutta loro, nella quale gli adulti non possono entrare”!

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07 / 02 / 2010





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