L’emigrazione ha riguardato un periodo lunghissimo della nostra storia, un capitolo della Storia d’Italia che, dalla seconda metà del 1800, si è protratto fin quasi agli ’80 del ‘900. Un fenomeno dalla portata incredibile, che ha interessato tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, che ha stravolto la società, l’economia, l’assetto demografico della nostra nazione e delle nazioni ospiti, e che ha avuto ripercussioni in ogni campo, dalla letteratura, alla musica, dall’arte alla poesia. In ogni epoca le canzoni italiane hanno accompagnato gli emigranti che partivano per l’Europa, per il Canada, gli Stati Uniti, l’Argentina, il Venezuela, il Brasile, l’Australia. Solo per il repertorio napoletano da “Fenesta che Lucive” del 1889, “Catarì (1892), Maria Marì (1899), Te voglio bene assaje (1913), ‘O surdato ‘nnammurato (1915), Lacreme Napulitane (1925), Zappatore (1929), Tammuriata nera ( 1946), Anema e core (1950), Marechiaro (1962) erano queste le canzoni di cui i nostri nonni sentivano la nostalgia, riproposte all’organetto durante il lungo viaggio su nave. E poi ci sono i canti dell’emigrazione, da “Mamma mia dammi 100 lire”, a “Minatori non partite”, “Italia bella mostrati gentile”, fino a"Ciao amore", di Luigi Tenco, e "Quel treno che viene dal sud" di Sergio Endrigo. Musica, letteratura, poesia sull’emigrazione fanno parte della recente opera multimediale “I Segni dell’emigrazione” scritta dalla giornalista di Rai International (ma adesso si chiama Rai Italia), Tiziana Grassi, e dall’antropologa Catia Monacelli, direttrice del Museo
dell’Emigrazione di Gualdo Tadino, in collaborazione con un’altra giornalista di Rai International, Giovanna Chiarilli. Alla presentazione ufficiale dell’opera, avvenuta lo scorso 10 settembre al Circolo del Ministero Italiano degli Affari Esteri, a Roma, è stata distribuita alla stampa un’anteprima del Cd. Per la sezione Poesia, accanto a Joseph Tusiani e Lamberto Sabatini, troviamo alcune poesie di Anna Maria Mugolo, “Le vedove bianche”. “Terre dell’Abbandono”, “Troppo tardi per amare” e “Lo zaino dell’emigrante”.
Di Tusiani, poeta, saggista, umanista originario di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, troppo si è detto, ma ci piace
ricordare che è stato il solo a rimanere vicino, fino alla morte, avvenuta nel 1959, al poeta e sindacalista Arturo Giovannitti, il molisano che ha anticipato la vicenda di Sacco e Vanzetti, al centro di una pubblicazione che, chi scrive, sta per dare alle stampe. Tusiani, che aveva conosciuto la fama di Giovannitti, letto e riletto la sua famosa “autodifesa” dinanzi al Tribunale di Salem, prese a fargli visita regolarmente, ogni mercoledì, nella sua casa del Bronx. Tornando ad Anna Maria Mugolo, ella è un’appassionata studiosa della Questione Meridionale; passione che ha espresso, tra l’altro in una raccolta di poesie, “Grido del Sud” edizioni Mundus di Roma, edito nell’agosto del 1972. “La nostra terra – scrive Anna Maria – quella che a solco a solco hanno scavato i nostri avi, soffre per l’abbandono dei suoi figli lontani. Langue assetata, il cielo è indifferente, soltanto un vecchio curvo, maldestro come un bimbo, spinge l’aratro e pensa ai figli lontani”. E ancora “Lente, interminabili, trascorrono le notti delle vedove bianche (…) sognano il ricordo bruciante della mano scorrevole sul nudo fianco”.
La Murgolo ha trasfuso, nei suoi versi, il sapore forte della terra di Puglia, il calore del sole, il dolore di chi è stato costretto ad abbandonarla.
TROPPO TARDI PER AMARE
Sono stanchi
Non credono,
nati vecchi
e aggrappati a un seno nudo
tra l’odore di mosto
e di sterpaglie bruciate.
Troppo tardi
Per amare
Una terra ingrata,
scettici partono
i figli del Sud.

E sintetizza la partenza in un crogiuolo di emozioni
LO ZAINO DELL’EMIGRANTE
Una valigia di fibra
E il treno della disperazione
Parte.
C’è un universo intero nell’espressione accorata della poetessa, un universo che porta incastonato il dolore, la malinconia struggente, le lacrime dei nostri emigrati.
Nell’intervista esclusiva per UN MONDO D’ITALIANI, Anna Maria Murgolo ci ha condotti per mano nell’epoca delle partenze, quando i paesi, in particolare quelli del Sud, si spopolavano di uomini, e restavano donne e bambini, le “vedove bianche” delle sue poesie.
Che cosa ricorda di quegli anni?
“Partivano per il Belgio, per la Francia. Partivano e lasciavano mogli e figli. Era come un’epidemia. Ogni giorno nuove partenze, ogni giorno altre famiglie sfrangiate, distrutte”
La sua esperienza in particolare?
“Io insegnavo nella scuola di Sava, a trenta chilometri da Taranto. Quei bambini crescevano in fretta, intristiti dalla malinconia per l’assenza del papà lontano. E così mi sono dovuta inventare qualcosa, per rendere meno amara quell’esperienza, per restituire loro la spensieratezza alla quale avevano diritto. Ho cucito delle marionette, le ho fatte apparire sopra la lavagna, le animavo, davo loro una voce, un carattere, una personalità. Avevamo superato la lavagna: quello era il nostro teatrino, lì nascevano e si esternavano le emozioni”.
Ha qualche ricordo che, più degli altri, si è impresso nella sua coscienza?
I ricordi sono tanti, vivi, pregnanti. Ma non dimenticherò mai quel padre che prima di partire, venne a scuola alla chetichella, per guardare un’ultima volta la figlioletta, senza farsi vedere, dalla vetrina nell’androne della scuola. Pensai a lui durante tutta la lezione, e nei giorni a seguire…”
La sua pubblicazione si intitola “Grido del Sud”. Perché?
“Perché è un grido silente quello che arriva dal Mezzogiorno d’Italia, un grido di disperazione che sanguina da una terra desolata eppure amata dai tanti suoi figli sparsi per il mondo. Una terra scavata solco a solco, bagnata dal sudore di intere generazioni”.
“Grido del Sud” ha vinto il Pino d’Oro al Villaggio Mancuso, in Calabria, e la poesia “Vedove bianche” ha conquistato il 2° Premio al concorso per l’Anno Internazionale della Donna, premiata da Susanna Agnelli presso il Palazzo dei Priori a Viterbo.
Lunedì 15 settembre 2008
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15 / 09 / 2008