E’ morto Carlo Petrecca. Necrologio per una persona comune

di Giulio De Jorio Frisari -

Facendo nascere il servizio assicurativo ad Isernia negli anni Cinquanta, Carlo Petrecca con le opere apriva la cittadina all’innovazione, diventando la sua agenzia il luogo d’incontro di speranze di sviluppo dal ’50 al ‘60. Era l’Isernia che credeva nell’istituzione della Regione, dunque della Provincia, ma lì, con paradosso, in quelle battaglie idealiste nasceva la nuova Isernia ed il nuovo Molise delle clientele, dello scempio edilizio, a cui si assoggetterà la classe intellettuale travolta dal nichilismo attuale. Le librerie del casato Petrecca, dove si riunivano gli amici di Carlo, trattenendosi in ospitalissimo convivio. Assaporava sfogliando i volumi del ‘600 razionalista e classicheggiante di ispirazione francese e del ‘700 riformista meridionale, all’ombra della avita, magnifica libreria 500esca, le dita lungo il filo levigato delle tavole, dove mani di antecessori avevano sempre posato, Da Carlo Petrecca si riuniva il fiore dell’intellettualità molisana, nell’amicizia con Natalino Paone e Domenico Pellegrino, mentre si espandevano fino al Biferno da San Vincenzo al Volturno gli scavi di Graeme Barker e, poi, di Richard Hodges, la scuola britannica di archeologia Negli anni ‘80 prese corpo ai piedi di quelle librerie l’idea dell’Iressmo, Istituto regionale di Studi Storici per il Molise, splendida istituzione che è gemma nella storia amministrativa nazionale: sotto la direzione di Natalino Paone portò insigni studiosi e generò importanti ricerche, dalla scuola medievista dell’Orologio in Roma a quella di Ferrara sulla preistoria. Di quella stagione le attività archeologiche di Gianfranco De Benedittis, altre, quelle governate dallo spirito illuminato e grazioso di Renata De Benedittis. E poi Matilde Petrecca, madre autorevole e sollecita, le alleanze matrimoniali destinate a superare fratture e tragedie belliche, rivoluzionarie, come quella tra il nonno di Carlo, Ferdinando e Teresa de Lellis, il passaggio dal potere borbonico a quello savoiardo spostando i parentadi dalla fedeltà al giglio al ceto illuminista.

(UMDI – UNMONDODITALIANI) Ricordare Carlo Petrecca oggi ha un valore importante per la comunità molisana ed amplia il suo senso fino ad un profilo internazionale. Sì, per le notizie, più o meno recenti, sui titoli speculativi della Deutsch bank emessi come una scommessa, una roulette russa, sulle aspettative di vita relative ai cittadini, e per quelle sull’eutanasia, a pagamento, nelle lussuose cliniche svizzere, e per quelle sullo scandalo delle concessioni pubbliche per la tumulazione, jus sepulchri, con le urgenti richieste di soldi o la distruzione delle povere spoglie, rimosse come fossero letame o ammasso di discariche, legittimata dal diritto amministrativo che si è perfezionato autorizzando la pubblicizzazione degli avvisi a sei-sette giorni, senza nessuna attenzione per il rispetto dei morti e dell’umanità in ambasce. Nessuna pietà per cittadini oppressi da una quotidianità sempre più violenta e sopraffattrice, la quotidianità del nulla, l’uomo ridotto a merce, anzi a cosa priva di valore perché marcescibile, quell’uomo che langue, a volte, all’altro capo del mondo, inconsapevole dello scempio che delle povere spoglie degli antenati sta facendo il suo municipio, la sua comunità di origine, nessun diritto alla memoria nello sperpetuo perenne contro chi è emigrato, oggi spesso per esercitare le professioni, un legiferare premeditatamente rivolto contro i cittadini ed il senso di cittadinanza, spesso oggi radicato nobilmente in migranti intellettuali senza notte né giorno, senza feste, senza domeniche né ferie.

Sono questi aspetti l’ovvia conseguenza di un processo di sottomissione alla speculazione finanziaria che le usurpazioni e le frodi dei concessionari durante il periodo rivoluzionario francese hanno messo in atto e progettato fino a determinare quell’accumulazione del capitale che ha dato forma all’Ottocento: le testimonianze sono ben note, I Sepolcri sorgono sul tentativo di Napoleone di annientare le memorie per migliorare l’efficienza della macchina pubblica, non a caso una macchina infernale per l’esercito di massa destinato alle stragi dipinte da Goya, in Spagna, e ad altre celeberrime campagne di massacri, come quella russa; i Canti di Leopardi alzano un epicedio di dolore cosmico sullo sperpetuo perpetrato dall’aratro e dalle vanghe contro le spoglie nei tumuli; Balzac analizza come un anatomopatologo nella sua Commedie l’avidità dei Papà Goriot, speculatori concessionari di derrate per gli orrendi eserciti - immani - della Francia rivoluzionaria che trova risposta nel cinismo delle figlie assurte a nobiltà, la de Rastad e la de Nucingen, parte di una alta borghesia (ammantata, come tutti i pervenuti, da affettata albagìa di nuovi altisonanti titoli) che mescolava lusso e profitto crogiolandosi nel cinismo del soldo, nella voce del criminale Vautrin dalla pensione Vauquer.

La borghesia degli affari, creatrice di nuovi e falsi miti, stigmatizzati ma esaltati da Marx nel trattato Il 18 Brumaio, quella società parigina erigeva i templi della falsità contemporanea come i marchesi Andervilles che affascinavano le gracili personalità come quella di Madame Bovary e occultavano i monumenti del passato con le fogge del castello kitsch di Vaubyessard posto sopra i ruderi austeri della Francia medievale, argomento che è pendant al nichilismo sentimentale mascherato da sentimentalismo che, nell’Educazione sentimentale, Frederic Moreau vivrà anche nel rapporto con la signora Dambreuse moglie di un personaggio speculatore nella finanza e nella politica, che offre stivali in cambio di voti.

Dunque il culto della memoria - se non falsificato e travasato nelle magniloquenti e bugiarde manifestazioni dello stato contemporaneo - il devoto culto della memoria è stato condannato dalla finanza europea, quella che metterà a punto a metà Ottocento l’operazione del Canale di Suez a cui era funzionale una certa Italia unita, quella che prenderà piede definitivamente con Nicotera, Scarfoglio, Raffaele Palazziolo, Lo Cascio Ferro, (quest’ultimo è il capo delle mafie storiche a fine ‘800) - rete di una mafia intellettuale ben censita nella triste nostra storia nazionale - e che truciderà Nievo, Notarbartolo, Berardino Verro, Joe Petrosino, infine ma non alla fine, nella stessa matrice ideologica tenuta insieme, non mascherata dagli occultamenti criminali, dall’evidente ordito del ricatto, Aldo Moro, Falcone e Borsellino. E’ stata condannata la memoria ed il senso della memoria, da chi non vuole memoria perché è il manzoniano vecchio malvissuto. Un culto della memoria condannato all’annientamento, quello vero, silente e pervasivo, una damnatio che occulta, mette in sordina nel pulviscolo dell’omertà, della consuetudine all’indifferenza, una gelatina plastica vischiosa e ripugnante, l’omertà che educa all’indifferenza dei danteschi ignavi, che tradisce il dettato delle Lettere di San Pietro, della Lettera a Tito, della Lettera ai Romani, di san Paolo, che progetta il senso della complicità e della concussione, essenza di una società inutile, vuoto torricelliano, mercato dei rifiuti, come effettivamente è questa società produttrice di spazzatura televisiva, internet e materiale.

Una omertà rivolta contro la memoria, una passività neutra, nella adeguata moda fatta per lo sciocchezzaio e per l’immondezzaio, che ha l’obiettivo di corrodere anche la predisposizione di base al culto della memoria, ottundendo l’anima con l’indifferenza, le trombe della palingenesi, i finanziamenti più o meno occulti ai tromboni delle ideologie d’accatto, ovvero ai mass media, l’affarismo, gli avvocati ed i giuristi venduti al potere, i balzachiani uomini macchina ossia gli indaffarati, che odiano la cultura con i fatti e le opere, che spesso la bestemmiano parlandone con esibizionismo in ecolalia, prototipi, descritti da Gadda, nei secoli nati in serie, che hanno appreso forme espressive paranoiche da loro educatori, capipopolo prezzolati al miglior offerente: nati in serie dopo le danze attorno agli alberi della libertà, descritte da Nievo, nel triennio rivoluzionario, che dopo un secolo e settant’anni sono rinate nella forma hippy. Una costante pedagogia dell’incultura attraverso la sottocultura.

Di fronte a tutto questo si pongono oggi, nel necrologio, le virtù della modestia nella figura cara di Carlo Petrecca, uomo di opere, dotato di un intuito derivato dai secoli di una dimensione agnatizia singolare, che gli ha donato il rispetto per gli umili, l’ironia fraterna, il suono sommesso del ricordo nella narrazione sobria e confidenziale, ovvero il rispetto di quelle gozzaniane piccole cose che con sensi di esattezza, narrava in modo minimale, così come accarezzava gli oggetti del passato, e, se spostati in modo anomalo, li raddrizzava ponendoli nella pristina posizione, come gli avi e gli zii materni, amanti dell’esattezza nella traduzione finissima dei classici e nel gusto colto per l’arredamento, fané ma esatto: sfogliava volumi monumentali per curiosare, senza ambizione da filosofo, ma con la serietà e l’umiltà del custode. Era in quei gesti il senso della sprezzatura, ovvero della nonchalance, di una intangibilità cristiana che prendeva corpo nella modestia dell’atteggiamento, e, per l’opinione comune, di una superiorità siderea, lontanissima, con cui poteva ricordare fatti magnifici come cosa ordinaria e di poco conto, smorzandone i toni, e, all’opposto, divertirsi indugiando nel narrare sulle inezie, in iperbole, di una consuetudine del tempo che fu.

Senza interesse affaristico, sorretto da uno spirito innato di giovialità, con un senso di amore per la vita che connota lo spirito d’impresa descritta da Luigi Einaudi, che è in contrasto con l’avidità e lo spirito dell’homo oeconomicus trattati da Hobbes e da Marx, dunque senza interesse ma per spirito vitale, novus perché in disaccordo con le tradizioni avite da uomini di toga dediti, nel precetto aristocratico, soltanto alle attività liberali, ebbe passione intuitiva per le intraprese. Per innate virtù operative generate da una connaturata, ingenua gioia di vivere, Carlo Petrecca, rispettato per la sua serietà dai benefattori Cosmo e Ludovico de Vincenzi, si adoperò alla realizzazione della chiesa dei Cappuccini nel Secondo Dopoguerra, operando in supporto del compianto padre Giacinto: con lo stesso spirito mise in piedi le prime attività d’impresa del dopoguerra isernino, fiducioso nello spirito di innovazione dettato dalla vita all’uomo, per cui fece nascere la concessionaria Fiat e, poi, quella che può dirsi la prima società di servizi molisana nel terziario avanzato, l’agenzia assicurativa, trasferendo e trasformando il rapporto commerciale in rapporto di servizi, quando non vi erano obblighi di legge alla polizza auto - di automezzi ce n’erano davvero pochi nel Molise -: ma i seri studi di giurisprudenza gli davano contezza del possibile sviluppo che le attività del terziario avrebbero avuto nell’Italia della tecnologia da cui emerse poi quella del boom economico. Non casualmente operò migliorie edilizie in corrispondenza dell’area dove era nata la chiesa dei Cappuccini, che era la zona dello stazzo per le greggi e le mandrie dell’antico Tratturo Castel di Sangro Lucera, oggi la Villa Comunale, territorio a cui era legatissimo e che ha osservato - amorevolmente - seguendo ogni giorno con lo sguardo la costellazione dei paesi e delle contrade dal terrazzo di casa, fino alla fine. Quando le forze lo tradivano, a passi lenti e stanchi, ogni mattina, sul suo terrazzo che domina Isernia antica ed osserva l’acrocoro delle vette nel circondario, andava a prendere il sole insorgente ammirando la bellezza del mondo, osservando la sua magnificenza, dimentico dei dolori. Accettava il destino con la stessa gioia della giovinezza florida ed energica, si meravigliava della bellezza di un fiore dischiuso dalla rugiada.

In ragione di un religioso amore per la vita assorbito dalla madre, era lo spirito operoso in Carlo Petrecca, ed in quello spirito fu cofondatore della sede del Rotary, era sodale a quel ceto isernino, ed a molteplici intraprese culturali, di cui Sabino d’Acunto è stato l’espressione più interessante nella produzione letteraria. Erano, quegli uomini di cultura, ultimi eredi, in Isernia, di un senso: il termine virtù fino al Settecento, si ricorderà il Corradino di Mario Pagano e si rileggeranno Dante e Boccaccio, indicava la capacità di mettere in atto i valori biblici, la virtù era soltanto quella messa in vita, concreta ed effettiva, dei valori umani, con le opere. La vita dell’uomo rivelava nel suo complesso a quale virtù era stata tanto fedele da concretarne l’effige nella comunità. La dicotomia, che etichetta falsamente un film perverso, con l’errata traduzione, Vizi privati, pubbliche virtù è insensata nel canone antico, e il termine virtù, da Carlo Petrecca ereditato dalla saggezza familiare, aveva valore esclusivamente pragmatico: riandando dunque per educazione signorile profusa a lui dalla madre a cui era legatissimo, riandando a ritroso, dunque, alla dottrina medievale e settecentesca, per habitus et more nobilium pervenuti a lui, assorbì una consuetudine, posta prima – filosoficamente - che nascessero i trattati di Etonomia Pubblica (ovvero codice dei doveri) e che si affermassero le mode del concetto piccolo borghese della società perbenista vittoriana, che irrigidisce i principi o nel moralismo che non è morale, ovvero nella pulizia maniacale che non è igiene e non è albertiana compostezza, ovvero nella precettistica delle nozioni che non sono stile di vita e di educazione. Proust indica in Dalla parte di Swann, nella sezione dei Guermantes, come il gentiluomo ebreo – Swann appunto – raffinatissimo e dallo stile impeccabile, avesse il terrore del giudizio sentenziato dalle persone grette e non di quello espresso da un nobile di stile, descrive nelle figure dei borghesotti - che Rimbaud aveva posto nella fangaia della Senna nel Bateau Ivre - del salotto Verdurin i modi della negazione esatta e sistematica dello stile, negli atteggiamenti di chi presume di sé, sempre acritico, affettando regole e saccenteria. E’ l’unico canone in negativo, quello di Proust, che può delineare un senso possibile alla signorilità, come la ricerca dei fenomeni di stupidità nel saggio omonimo di Robert Musil è l’unico modo per comprendere, in negativo, l’idiozia. Gadda giudicando la storia dei grandi poteri nelle ecatombi mondiali riprende il detto antico il n’y a pas de grand homme pour son valet de chambre, non esiste grande uomo per il domestico di servizio in camera, per l’addetto alle funzioni quotidiane, il che si intende in tre modi, ossia 1) ogni uomo ha i suoi difetti ma anche, per Tolstoj 2) il senso profondo di un uomo è la sua umile umanità, all’opposto per Goethe ed Hegel, 3) chi guarda il piccolo, il meschino, come rivela Samuel Beckett nell’incipit di Aspettando Godot, non può comprendere la grandezza dell’uomo. E’ necessario aggiungere che solo al genio - ricordando il Leopardi de Il Parini o della gloria e riferendolo alla Palinodia al marchese Capponi - al genio è dato comprendere il genio dell’uomo: il genio è un dono del silenzio. Riandando alla storia dell’arte i dipinti de La Maddalena raffigurano il bilanciamento che l’opera del cittadino deve trovare tra il mondano e il sacro, tra la prassi operativa e i valori dell’interiorità, valori che si osservano con devozione all’interno del destino biblico, dell’Adam, ovvero dell’Umanità, nel teschio che la Maddalena, florida di gioia di vita, o accarezza, o abbraccia, od osserva.

Costruire per la collettività, operare per la gioia di vita e per il piacere delle relazioni

Costruire opere dunque per la collettività: ecco il senso del fare impresa che in Carlo Petrecca si è realizzato. E’ l’opposto dell’affarismo per accumulare soldi. Operare era gioia di vita, piacere delle relazioni umane, trovando in ciò un potente dettato che ha avuto parola in Dante ed è stato sviluppato da Boccaccio, per cui il Decameron è la dimostrazione di un sistema relazionale complesso (Learn e Ford) che mette in rapporto di analogia la vita, ricomposta nella narrazione, attraverso lo scorrere lungo l’asse che lega gli estremi, il vizio e la virtù operativa, e viene posta di fronte all’economia come dimensione pragmatica dell’uomo, per cui il sistema linguistico narrativo è speculum del sistema complesso operativo.

Facendo nascere il servizio assicurativo ad Isernia negli anni Cinquanta, Carlo Petrecca con le opere apriva la cittadina all’innovazione, diventando la sua agenzia il luogo d’incontro di speranze di sviluppo dal Cinquanta al Sessanta. Era l’Isernia che credeva nell’istituzione della Regione, dunque della Provincia, Titolo Quinto che dal 1963 cercava i paradigmi corretti per le autonomie locali, definiti solo dagli anni Settanta. Una comunità che credeva nel valore istituzionale, ma lì, con paradosso, in quelle battaglie idealiste nasceva la nuova Isernia ed il nuovo Molise delle clientele, dello scempio edilizio, a cui si assoggetterà la classe intellettuale e produttiva liberale, dalle nostalgie monarchiche, travolta dal nichilismo attuale che si è accompagnato al cinismo degli speculatori.

La nascita della Provincia di Isernia, Zichichi, Marotta

Con la nascita della Provincia ed il suo realizzarsi a metà anni Settanta le speranze riprendevano sotto l’impulso delle riflessioni umanistiche, progetti riferiti alla creazione di centri di studio, di borghi per l’accoglienza di ricercatori, e la proposta parlamentare di una sede universitaria: era l’eco delle attività di progettazione scientifica di Antonio Zichichi in Sicilia e di Gerardo Marotta a Napoli, ed il Molise si offriva come luogo ideale per la centralità logistica, in particolare la zona isernina, per la gestibilità delle sueGerardo Marotta piccole contrade e dei suoi ristretti numeri immersi in una natura esuberante e rara, ricca di storia da riscoprire. Speranze e progetti che prendevano luce attorno alle librerie del casato Petrecca, dove si riunivano gli amici di Carlo, trattenendosi in ospitalissimo convivio. Carlo con la sua cordialità nutrita del semplice gusto della cultura, assaporava sfogliando i volumi del seicento razionalista e classicheggiante di ispirazione francese e del settecento riformista meridionale, all’ombra della avita, magnifica libreria cinquecentesca, circondato da quei mobili monumentali: gli oggetti della memoria riprendevano vita al suo tatto, i ritratti degli avi, le pergamene della genealogia, il tatto, sensibilissimo, le dita lungo il filo levigato delle tavole, dove mani di antecessori avevano sempre posato. Da Carlo Petrecca si riuniva il fiore dell’intellettualità molisana, nell’amicizia con Natalino Paone e Domenico Pellegrino, mentre si espandevano fino al Biferno da San Vincenzo al Volturno gli scavi di Graeme Barker e, poi, di Richard Hodges, la scuola britannica di archeologia, prendendo accelerazione, quelle speranze, infine con la sorprendente scoperta del sito paleolitico. Negli anni Ottanta prese corpo ai piedi di quelle librerie l’idea dell’Iressmo, Istituto regionale di Studi Storici per il Molise, splendida istituzione che è gemma nella storia amministrativa nazionale: sotto la direzione di Natalino Paone portò insigni studiosi e generò importanti ricerche, dalla scuola medievista dell’Orologio in Roma a quella di Ferrara sulla preistoria. Di quella stagione le attività archeologiche di Gianfranco De Benedittis, altre, quelle governate dallo spirito illuminato e grazioso di Renata De Benedittis, archivistiche, della soprintendenza e della direzione, con importanti ricerche e pubblicazioni sul patrimonio documentale che segnano una pietra miliare nella storia patria.

Ospitalità proverbiale, i valori inculcati dalla madre, Matilde Petrecca

Una umile fiducia nell’importanza della cultura, un senso dell’importanza della vita come espressione delle relazioni umane, giuste e virtuose, ha caratterizzato l’ospitalità di Carlo Petrecca, era, quella umiltà, in una modestia determinata da una saggezza e da una sensibilità che richiama il costume meridionale umanistico, quello definito nella dottrina di Pontano e che faceva etichettare le regnanti tra XV e XVI secolo come umilissime, suprema qualifica per le virtù umane. In quello spirito si riconosce - ferme le condizioni di una mentalità antica che si definiva ironicamente borbonica - la sapienza dei tempi che furono, il rispetto per il dolore umano, la profonda preoccupazione nel senso cristiano della vita, dove gli umili sono il segno del Dio vivente, l’accondiscendenza e la pazienza, la prudenza e l’accettazione incondizionata della volontà divina, valori che Matilde Petrecca, madre autorevole e sollecita, umile e sorridente, ha donato al figlio Carlo, che è stato a lei il più presente: ricordava infatti il donare del proprio nel momento del bisogno e l’offrire ai collaboratori il meglio del proprio come atto cristiano, l’essere sempre presenti a se stessi come senso di una dignità profonda, segno del vero amore, rispetto o diliges per i diseredati, specchio di una sorte umana cosmica. Diliges: motto della famiglia materna nei pannelli delle chiese beneficate, un principio che vale per se stessi, in quel senso più profondo dove il rispetto di sé si annulla nella fede in Dio ed è itinerarium per la charitas, coincidendo, convergendo idealmente nell’ amore per Dio che è amore per il prossimo. Istintivo, ingenuo, semplice. Una condizione nella modestia che è la condizione per l’immediato amore, profondo e totale, un senso di pena e dedizione per i fratelli nel dolore, testimoniato nel suo perenne angelico sorriso dalla madre di Carlo, Matilde Petrecca, donna Matilde, che la voce del popolo di un tempo, il popolo degli anziani, ha ricordato come una santa ed una signora. Una consuetudine al rispetto nel precetto che compone il motto nobiliare di Matilde de Jorio Petrecca, Diliges, dal supremo comandamento, Rispetta il Signore Dio tuo ed il prossimo tuo come te stesso, diliges Dominum Deuum tuum et proximum tuum sicut te ipsum.

Alleanze matrimoniali

Erano precise, diverse tradizioni cristiane che si erano incontrate: la famiglia Petrecca di Cantalupo, solida nel simbolo dello stemma nobiliare composto da cinque pietre, disposte come su di un dado, aveva attratto a sé altre memoria di un cristianesimo istituzionale, frutto del cattolicesimo liberale che ha dato l’ultimo contributo di alta civiltà al processo risorgimentale fin dall’alba dell’800, protagonista Manzoni. Un processo storico che localmente ha preso corpo con alleanze matrimoniali destinate a superare fratture e tragedie belliche, rivoluzionarie, come quella tra il nonno di Carlo, Ferdinando e Teresa de Lellis, il passaggio dal potere borbonico a quello savoiardo spostando i parentadi dalla fedeltà al giglio al ceto illuminista, ed il trasferimento ad Isernia, mentre l’altro fratello Carlo assumeva ruoli di governo, cognato al governatore Pelloux per la moglie Roissard de Bellé. Erano termini di una memoria custodita senza vanto e con ritrosia: erede di un ceto di toga che affonda le radici nel patronimico bulgaro, i cui avi priori presso il monastero di Sepino nel Cinquecento avevano iniziato a segnare la storia - tutta molisana - di una dinastia che nell’esercizio delle lettere, della giurisprudenza e della filosofia entrerà intorno al 1750 nel circolo degli Arcadi ospiti dei principi Barberini, acquisendo signoria e nobiltà nel Settecento su territori in Cantalupo, iniziando i rapporti virtuosi con la città di Isernia per il matrimonio di Teresa Petrecca (suocera del nonno di Carlo qui compianto) con i Pace, nobile ed estinta famiglia pentra, di cui una figlia andrà sposa a Gennaro de Lellis, mentre la figlia di Gennaro de Lellis sposerà, appunto Ferdinando Petrecca. In Cantalupo, dove il nobile Antonio Petrecca venne sepolto nella chiesa madre a furor di popolo, e dove le sorelle di lui avevano fatto restaurare il campanile dopo il terribile terremoto del 1805, il Palazzo Petrecca, con la chiesa privata annessa con cantoria e pulpito per la famiglia che accedeva dai saloni della magione, era adornato da una libreria che ricorda la fase di affermazione del casato nel tardo cinquecento, mobili come quelli delle stanze di Raffaello al Vaticano, ricchi di rari volumi che nei due secoli successivi hanno composto un patrimonio di bibliotecario lussuoso e profondo, che rivela la complessità della cultura familiare, tutta molisana. Un esemplare ceto di toga, legato alla dottrina cassinense su cui inquietante dominava, come una condanna infernale da cui fuggire, a chiare lettere, il peccato capitale prescrittivo contro chi osava occupare senza competenze le funzioni, il peccato era di tenere officium ad quod non sufficit, (occupare un ruolo per il quale non si hanno competenze: ringrazio l’amico Franco Valente per l’indicazione, nella fonte di Erasmo Gattola): ed il fallimento - quale esso fosse - era gogna, dunque, inemendabile; ceto di toga obbligato al dovere, ed al secretum, che ha esercitato il servizio verso il pubblico ufficio, l’Officium come esperienza di gestione del pubblico servizio, per il monastero di Sepino, per il Borbone, nel rapporto con il parente il conte Zurlo, per la Provincia di Molise di cui Ferdinando Petrecca è stato intorno al 1820 il terzo presidente, nel rapporto con il Parlamento liberale del 1848, con le parentele dei conti Zurlo, dei conti Giacchi, dei cavalieri de Lellis, infine con Carlo Petrecca segretario generale della Banca d’Italia, membro della illustre società dei Ragionieri di stato (gli economisti) che determinarono la nascita dell’Istituto finanziario nazionale dopo il 1890, una dinastia di governo locale e di natura eminentemente molisana, educata nel Collegio dei Nobili di Montecassino. All’ombra di quella venerandissima Istituzione Gennaro Petrecca incontrò l’amicizia fraterna con il futuro cognato Antonio, da cui l’acquisita parentela con i de Jorio, famiglia trasferitasi dal napoletano nel primo 800 per la tradizione delle Missioni, e come vittime della fedeltà alla monarchia borbonica, nei territori dei Benedettini.

La Wall Street molisana: il fallimento, il principio di lealtà di Gennaro Petrecca

Tale tradizione aristocratica impose al padre di Carlo, Gennaro Petrecca l’esercizio della lealtà: virtù a cui era sottoposto Carlo Alberto promulgando lo Statuto, all’articolo venti. Quando, a metà degli anni Trenta del ‘900, esplose il fallimento per ammanchi nella società di capitali dal padre di Carlo posseduta, che gestiva ingenti attività fondiarie, per manovre oscure di cui la proprietà era inconsapevole e riferibili agli amministratori, avvenne il crack, determinato inevitabilmente dalle ripercussioni italiane della celeberrima crisi di Wall Street del 1929, trascinò il fallimento del Credito Meridionale, che garantiva per quelle gestioni fondiarie, banca di cui Gennaro Petrecca era il proprietario al 70 per cento, con il cognato Antonio de Jorio: il rispetto del principio di lealtà impose a Gennaro Petrecca il pagamento di tutti gli ammanchi e dei debiti anche di quelli in capo agli azionisti di minoranza. Era il principio di lealtà. Così Carlo ragazzo provò il sapore vivido ed amarissimo della miseria, e maturò l’istinto alla pietà. Del resto il nonno materno Gennaro de Lellis ai grandi debitori del regno condonava e copriva le pendenze, garantendo con il proprio a tutela dei debitori della nazione, qualora il debito fosse stato frutto di pena e sofferenza.

Esercizio e sacrificio

Rispetto al fratello Roberto: di dieci anni più grande, studente nel Collegio dei Nobili dell’Abbazia anche lui come gli avi, compreso e concentrato sulle doti creative a cui il padre aveva dato abbrivio con gli studi sul romanzo nella letteratura e le glosse all’opera di Manzoni, rappresentante di uno stile Belle Epoque di raffinata cultura letteraria, retore efficacissimo ed insigne, esercitato ad un estetismo dannunziano ed erede di uno stile scrittorio di tradizione familiare perfezionato nel virtuosismo dell’oratoria forense di un tempo: rispetto al fratello, Carlo aveva permeato di sé le virtù antichissime, quelle della sobrietà, della accondiscendenza, aveva nell’ideale della famiglia, la religiosità degli affetti, modesti, aveva nel valore della serenità il nuovo obiettivo di una fede severa e silenziosa, dogmatica e riservata, un tempo una condizione complementare alla società cristiana, ormai un modo per rifugiarsi, pur nella vita socievole, dalle esuberanze e dalle esaltazioni degli anni recenti. Da questo la sua amenità, l’albertiano essere facile e polito, disponibile e composto, moderato, pronto con una spontaneità che era leggiadria, ad accogliere e a venire incontro appena possibile, disposto verso tutti e per tutti con un motto amorevole, una narrazione cordiale, nel sorriso gioviale, aperto alla simpatia. Gusto del motto di nota tradizione umanistica, riportabile notoriamente alla Giornata Sesta del Decameron ed alle riflessioni di Della Casa, Castiglione, Guazzo: quest’ultimo dove si leggono i proverbi e le sentenze di vita che erano abituali nelle conversazioni. Di questi aspetti era costituita la sua disposizione al sorriso, apparentemente semplice e naturale: ed alla condiscendenza; rifuggiva dalle ostilità ed era incapace di odio, seppur subitaneo: all’aggressione preferiva rimanere inerte disposto al sacrificio, ma non alla violenza, memore del detto, meglio vittima che carnefice, affermando sempre che un signore è normale che venga turlupinato. Era l’incarnazione dei precetti antichi di una società disposta all’armonia, alla ricomposizione degli scompensi, una società che andava oltre le norme e si radicava nei valori di un non so che spirituale vanificato - oggi - dalla frode accanita mascherata nel reticolo kafkiano delle norme sopraffattrici, diseducatrici e contraddittorie. Era una composta accettazione delle vicende, vissute giovincello le sue tragedie, i fallimenti delle famiglie sue, del padre dello zio dei cognati, vista la morte del padre e l’infierire dei docenti che nel pieno del lutto lo respinsero all’anno precedente senza pietà. Di fronte all’oltraggio della sorte si rafforzò la pazienza cristiana con cui, dai quindici anni, ha costruito dal nulla, dal miracolo di non essere stata sfrattata la famiglia di orfani, per la bontà di don Ludovico de Vincenzi e per l’elemosina silente della famiglia Curcio da Napoli, con quella pazienza cristiana, Carlo, ha ricomposto una vita dignitosa. Una vita che ha messo in atto la fede nella laboriosità e negli affetti familiari, sempre ottimista ed esemplare per la consuetudine al valore della liberalità. Durante l’agonia questi valori sono stati manifesti, con le emorragie e la carne martoriata, il palato un fuoco di sangue marcio, le vene una groviera, eppure il sorriso, gli occhi disposti all’ironia, le mani al gioco, diteggiavano non potendo parlare, indicando per partecipare agli astanti la sua condiscendenza, nel dolore non una smorfia e soltanto il viso sereno, stanco li chiudeva sopendosi, dopo ore o giorni li riapriva ad accogliere nel sorriso chi incontrava curioso, aggrottava per lo scherzo di interrogare, si volgeva come in gioco di bimbo. Espressione di un sommesso amore per la vita, maturato nella devozione agli aspetti dell’umiltà, persistente, temprato, profondissimo, nella bonomia, segreto e silente.

A perenne memoria

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CAPOREDATTORE: Sabina Iadarola

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Università Roma Tre: Corso di Comunicazione sul Web: Direttrice del Master: prof.ssa Franca Orletti

Maurizio Barba, Antonella Cavallo, Lavinia Cicciarelli, Monica Corda. Leonora Faccio,

STAGISTI edizione precedente: Stefania Paradiso, Marta Colomba (oggi Yahoo-Milano), Ambra Veglia, Mina Mingarelli, Ilaria Ghelfi. Tutor: Annarita Guidi.

INVIATO DA MOSCA: Massimo Eccli

INVIATO SPECIALE DI GUERRA: Michel Upmann

Il Giornale telematico quotidiano internazionale diretto da Mina Cappussi, dedicato agli Italiani nel mondo.

Notiziario ufficiale del progetto Agorà Mediapolis "Un Mondo di Italiani", cheraccoglie storie, ricordi, pensieri, emozioni, sensazioni, di chi è partito, di chi è tornato, di chi non c’è più, con l’obiettivo di lasciare un’impronta alle generazioni future, affinché, alla luce della Memoria, non dimentichino i sacrifici, le aspirazioni, le conquiste, i sogni le speranza, di chi ha dovuto lasciare la propria Terra, le proprie radici, alla ricerca di un futuro migliore. Il giornale on line degli Italiani in ogni parte del mondo, un faro sempre puntato, pronto a raccontare le storie di straordinaria ordinarietà, a fornire notizie, indicazioni, informazioni, aggiornamenti. Il giornale che, partendo da una delle più piccole regioni d'Italia, il Molise, collega idealmente tutti gli italiani in ogni angolo del pianeta, offrendo ospitalità, notizie, indagini, servizi, un forum di discussione. Sede di stage per l'Università Roma per l’Università Roma Tre, Master post laurea in Scrittura, traduzione e comunicazione nelle professionidel web, del cinema e della televisione, collabora con l’emittente televisiva TRSP con il programma omonino UN MONDO D’ITALIANI visibile a breve in chiaro e suSKY in tutto il mondo, associato al quotidiano ORA ITALIA che..scopre l'Italia su Radio Nacional 93.5 FM, network e programma di Radio in etere per Radio Nacional Viedma, nella Patagonia Argentina . La ciudad de Viedma, capital de la provincia de Río Negro, se alza en la punta este del territorio arrogándosela descripción deportal de ingreso a la Patagonia Argentina, al límite con la región más austral de Buenos Aires, ha sottoscritto un accordo con Radio Emilia Romagna, RER, per il programma Ora Italia www.oraitalia.blogspot.com

Da oggi LE RUBRICHE: UN MONDO D'ARCHEOLOGIA a cura di Adriana Niro

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