Clima: allarme permafrost

di Luigi Pinna -

Il metano è uno dei quattro gas serra che contribuiscono al riscaldamento globale, questa dinamica si sta rivelando più rapida di quanto affermassero gli studi precedenti. Nel mirino degli scienziati c’è il cosiddetto permafrost, che è permanentemente ghiacciato dal freddo.

(UMDI - UNMONDODITALIANI) La Giornata mondiale della Terra è una ricorrenza che sollecita l’impegno di tutti per salvare l’ambiente, e salvare anche noi stessi. Perché se non si correrà ai ripari rapidamente, la bomba ad orologeria su cui siamo seduti rischia di esplodere presto. La dinamica del riscaldamento globale si sta rivelando più rapida di quanto affermassero gli studi precedenti. Nel mirino degli scienziati c’è il cosiddetto permafrost, il terreno permanentemente ghiacciato dal freddo. Un tipo particolare di suolo che occupa ben 19 milioni di chilometri quadrati, circa il 24 per cento dell’emisfero settentrionale della Terra. Dalla Siberia alla Scandinavia, dal Canada all’Alaska alla Groenlandia (ma anche l’Himalaya e le nostre Alpi), dove fa veramente freddo la terra è gelata sin dalla fine dell’ultima Era Glaciale, ovvero diecimila anni fa. E arriva spesso fino a quasi 1.500 metri di profondità. Ma il permafrost ha un impatto dal punto di vista climatico soprattutto perché nel corso degli anni il terreno ghiacciato (che contiene materiale organico non decomposto per il gelo, ovvero alberi, piante e animali di ogni tipo) ha «imprigionato» grandissime quantità di metano.

Il metano è uno dei quattro gas serra che contribuiscono al riscaldamento globale, ma ha un effetto molto potente, 25 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Abbiamo dunque innescato un circolo vizioso potenzialmente fatale: le emissioni di CO2

prodotte dall’uomo hanno riscaldato la temperatura del pianeta. Il caldo fa fondere il permafrost. Il permafrost libera nell’atmosfera metano, che riscalda ancora di più la temperatura. E così via.

Uno studio recente di ricercatori norvegesi, inglesi e svedesi, pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, ha rivelato che il permafrost è più sensibile al riscaldamento terrestre di quanto stimato, circa il 20 per cento in più rispetto alle vecchie previsioni. Anche se riuscissimo miracolosamente a rispettare gli obiettivi climatici della COP di Parigi, ovvero un aumento della temperatura di 1,5 gradi, perderemmo 4,8 milioni di chilometri quadrati di permafrost, un’area uguale a quella del subcontinente indiano. Se l’aumento fosse di 2 gradi, si scioglierebbe il 40 per cento del permafrost totale del pianeta.

Un processo che è già iniziato, purtroppo. Proprio in questi giorni si sta registrando una impressionante tendenza allo scioglimento del permafrost nel Canada settentrionale. Un fenomeno simile avviene anche nelle nostre Alpi, come confermano le immagini tratte dal satellite europeo Copernicus elaborate dagli scienziati austriaci dell’ufficio nazionale di Meteorologia e Geodinamica. Lo stesso si vede in Siberia, dove scienziati britannici della University of Sussex stanno monitorando una imponente «cicatrice» - chiamata il «cratere di Batagaika» - che si è aperta nel terreno fino a 100 metri di profondità, dove il terreno non c’è più ghiaccio. Un burrone lungo un chilometro, che peraltro si sta allargando di venti metri l’anno.

Naturalmente lo scioglimento del suolo perennemente ghiacciato ha anche pesanti conseguenze sull’ambiente e sul territorio, oltre che sulla natura. Il terreno in disgelo libera grandi volumi di fango e sedimenti nei fiumi e nei laghi, e poi nel mare. I ricercatori del Northwest Territories Geological Survey canadese parlano di un intensificarsi delle frane, un fenomeno che cambierà - in che modo nessuno ora lo sa - la situazione della catena alimentare marina. In Siberia si stanno moltiplicando nuovi «laghetti» nati dal nulla, mentre si moltiplica la scoperta delle cosiddette «bolle» - pare ce ne siano almeno settemila - ovvero aree in cui il terreno si solleva per la pressione del gas metano rilasciato dal sottosuolo. Le popolazioni di cacciatori vedono cambiare le abitudini e i percorsi delle loro prede. Da qualche anno, gli edifici del piccolo villaggio di Inuvik nei Territori settentrionali del Canada hanno cominciato ad affondare: gradualmente, progressivamente, le fondamenta delle case vanno giù.

E c’è un rischio in più: quello che il terreno scongelato - quasi come in un film di fantascienza - ci possa consegnare qualche malattia infettiva scomparsa o debellata, come il vaiolo. La scorsa estate in Siberia un ragazzo di dodici anni è stato ucciso dal mortale batterio dell’antrace, contenuto in una carcassa di renna scongelata dal suolo.

21 / 04 / 2017

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