Cellulari: uso parsimonioso per evitare cancerogenesi nei neuroni

di Luigi Pinna -

Da circa un ventennio i ricercatori affrontano il dilemma, tra dati ancora incompleti e tempi troppo circoscritti. La Food&Drug Administration e la Cdc non hanno ancora trovato evidenze del rapporto cancro-campi elettromagnetici.

(UMDI - UNMONDODITALIANI) «Penso sia più interessante vivere senza sapere piuttosto che avere risposte che potrebbero essere sbagliate»: parole di uno dei Nobel più celebri, il fisico Richard Feynman. Così va per i cellulari: ci sono molte risposte sulla loro presunta pericolosità e nessuna è riuscita a scalzare le altre, imponendosi come quella definitiva.

Da un ventennio i ricercatori affrontano il dilemma, inoltrandosi in un labirinto di dati ancora incompleti, tempi troppo circoscritti, evidenze sempre parziali. E il risultato è un’alternanza disorientante di luci e ombre. Le luci arrivano, per esempio, dalla Food&Drug Administration (l’ente Usa per i farmaci) e dai Cdc (i Centers for Disease Control and Prevention che sorvegliano la salute pubblica): entrambi non hanno trovato evidenze del rapporto cancro-campi elettromagnetici. «E anche lo studio internazionale “Cefalo”, il più importante condotto su bambini e adolescenti non ha rilevato legami - spiega Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’Università di Milano e ricercatore Airc -. E, questo, nonostante i tumori cerebrali siano, dopo le leucemie, tra i più diffusi nei bambini».

Le ombre, invece, provengono dalla maxi-indagine da 25 milioni di dollari dell’anno scorso, realizzata dal National Toxicology Program Usa: esponendo un gruppo di ratti a nove ore giornaliere di radiazioni non ionizzanti per la loro intera esistenza (un paio d’anni), le conseguenze sono state un aumento di alcuni tipi di tumori. In particolare di quelli al cervello, i gliomi. Alterazioni estreme rispetto a quelle, comunque preoccupanti, individuate dai National Institutes of Health di Bethesda, Usa: una telefonata di 50 minuti - è stato rilevato - cambia il livello di attivazione di specifiche aree neurali.

E tra luci e ombre, si estende una vasta zona grigia. Lo conferma «Interphone», monumentale ricerca che, iniziata nel 2000, dopo un decennio, 13 milioni di euro e 13 nazioni coinvolte, Italia inclusa, non è arrivata a conclusioni risolutive. Mentre sottolineava che «non c’è un rapporto conclusivo tra cellulari e tumori», ha anche evidenziato un aumento del rischio di sviluppare proprio il glioma in chi aveva trascorso più di mezz’ora al giorno negli ultimi 10 anni attaccato all’onnipresente protesi. Intanto l’Oms ha assunto una posizione intermedia, classificando le emissioni nel «Gruppo 2B», quello dei «possibili cancerogeni», così esteso da comprendere l’ingrediente-base di un’altra abitudine consolidata: la caffeina.

Ubiquo come le radiazioni, il dibattito è scientifico, ma non solo. Così, nel 2011, il Consiglio d’Europa aveva detto «no» ai telefonini nelle scuole, invocando un principio non meno controverso del problema delle onde stesse, vale a dire il «principio di precauzione». Ed è questo a spingere Paolo Maria Rossini, direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico Universitario Gemelli di Roma, a raccomandare un uso parsimonioso del partner elettronico. «L’utilizzo prolungato - spiega - fa male al cervello. Se non se ne può fare a meno, utilizzate gli auricolari o cambiate orecchio ogni 5 minuti». Secondo il neurologo, le onde elettromagnetiche, infatti, arrivano fino ai neuroni: «Di certo sappiamo che le emissioni aumentano l’eccitabilità delle cellule».

L’eccesso di chiamate è quindi pericoloso. «Può favorire la cancerogenesi nei neuroni più suscettibili», aggiunge Rossini. Che sottolinea la pericolosità per bambini e adolescenti. «L’effetto delle onde elettromagnetiche è cumulabile e potrebbe avere conseguenze più significative sui cervelli in via di sviluppo». Il termine «potrebbe» non è pronunciato a caso. Carmine Pinto, presidente dell’Aiom, l’Associazione di oncologia medica, evidenzia che sui campi elettromagnetici a bassa frequenza «non ci sono studi completi. Non ci sono prove che influiscano sui neuroni al punto da provocare un cancro. Anche perché, dato che l’irradiamento è tenue, ci vogliono almeno 30 anni per fare valutazioni attendibili».

Proprio i tempi sono un elemento-chiave, sebbene non l’unico. «Solo da poco viviamo immersi in un bagno elettromagnetico, dai pc al wifi - osserva Roberto Orecchia, direttore scientifico dell’Ieo di Milano -: è perciò presto per disporre di dati epidemiologici definitivi». E, intanto, le indagini portano alla luce la quantità delle variabili coinvolte: se il cancro è una malattia multifattoriale, è significativo che «la suscettibilità alle radiazioni non ionizzanti sia diversa da individuo a individuo». In gioco, infatti, non c’è un rozzo meccanismo di causa-effetto. C’è piuttosto - conclude Orecchia - l’epigenetica, vale a dire i modi - molti ancora enigmatici - con cui il nostro Dna reagisce a un ambiente sempre più complesso.

21 / 04 / 2017

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