L'ERBAL FIUME SILENTE DI D'ANNUNZIO RIVIVE NEL MOLISE, DOVE C'E' L'ULTIMA FAMIGLIA D'ITALIA A PRATICARE LA TRANSUMANZA. FESTA A FROSOLONE

di Mina Cappussi -

“In terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendon all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti (…) e vanno pel tratturo antico al piano, quasi per un erbal fiume silente su le vestigia degli antichi padri…”

E’ l’immagine che il poeta vate ha regalato al mondo, immortalando in forma poetica l’antico rito della transumanza. Spaccato di un’epoca che fu, di cui restano tracce fondamentali nell’architettura e nell’urbanistica lungo il tracciato degli antichi tratturi, con un unico esempio di tratturo che percorre il centro cittadino lungo la città di Bojano, capitale del Sannio Pentro. Oggi le Istituzioni sono impegnate a preservare questa “istantanea” di un mondo perduto attraverso progetti e norme che puntano alla tutela e alla valorizzazione, ma c’è un pezzo di museo che vive ancora, contrapposto alla corsa verso la modernità di quello che un tempo era l’Abruzzo e Molise, stretto in un’unica regione.

Farà ritorno proprio oggi, infatti, a Frosolone, l’unica famiglia in Italia che ancora pratica l’antica tradizione della Transumanza. Si tratta della famiglia Colantuono, che da Frosolone, all'inizio dell'inverno, trasferisce trecento capi di bestiame a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, in Puglia, passando, a piedi, per il tratturo che collega Molise e Puglia, denominato “Pescasseroli-Candela” e che attraversa, per l’appunto, il centro cittadino di Bojano lungo corso Umberto I, conosciuto come “Vico per dentro”. Dopo aver svernato nei pressi della marina pugliese, la famiglia Colantuono torna, sempre a piedi, a Frosolone, nel mese di maggio, compiendo il percorso a ritroso. Occorrono circa dieci giorni per percorrere l’intero tragitto, proprio come accadeva in passato, durante i secoli della transumanza ricordati da Gabriele D’Annunzio.

“Ora lungh'esso il litoral cammina la greggia. Senza mutamento è l'aria, il sole imbionda sì la viva lana, che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquío, calpestío, dolci romori. Ah perché non son io cò miei pastori?”

24 / 05 / 2008


 






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